della propria umana fragilità e vulnerabilità, il Papa si è mosso lunga la linea tracciata dai suoi predecessori, da Giovanni Paolo II soprattutto e poi da ultimo da Francesco.
È una scelta precisa, con conseguenze teologiche importanti, per nulla scontata prima di papa Wojtyla, forse inconcepibile ai tempi del Papa Re, cioè quando il vescovo di Roma assommava nella propria persona il potere temporale a quello spirituale che gli è più proprio. Un re non espone infatti la propria malattia perché il suo potere si esercita anche simbolicamente: la sovranità assoluta che egli esercita ha necessità di mostrarsi senza crepe, compatta, sicura, padrona di se stessa. È vero che i corpi del Re sono due, quello fisico e mortale e l’altro invisibile e immortale, come aveva intuito un oscuro giurista inglese del Cinquecento ripreso poi nel secolo scorso dallo storico tedesco Ernst Kantorowicz.
Pur vero è tuttavia che è proprio il corpo fisico, nel suo essere visibile ai sudditi, che deve richiamare l’incorruttibilità del secondo, non potendosi permettere di evidenziare falle. Come è noto, il potere temporale dei papi è stato prima messo in crisi ed è andato poi sempre più scemando in età moderna, senza che però se ne traesse la più radicale delle conseguenze: il ritorno al Vangelo, cioè a quel testo rivoluzionario che alla logica della forza oppone la forza dell’amore, alla logica della potenza quella del depotenziamento dell’io, all’idea della compiutezza quella della finitezza. Dio si è fatto uomo e quindi ha assunto sulle proprie spalle tutta l’imperfezione che abita il mondo umano, vista non come una punizione ma come una prova a cui l’uomo è chiamato in vista della redenzione.
È in quest’ordine di considerazioni che papa Wojtyla, il più rivoluzionario dei papi dell’ultimo secolo e non solo, di fronte al progredire della sua malattia, ai segni più vistosi che ne carpivano il corpo, decise di non nascondersi o dissimulare ma anzi addirittura di fare del dolore sopportato ed esibito un momento aggregan te e di fede. Si parlò allora di spettacolarizzazione del dolore, di teatralizzazione della malattia, ma le cose erano in verità molto più complesse, profonde. Giovanni Paolo II aveva una idea di fede vissuta, amava parlare con il corpo e le azioni più che con i concetti. Ciò però non può far dimenticare che questa scelta era a sua volta una scelta filosofica e che lui stesso era un fine teologo, un pensatore di formazione fenomenologica (studioso di Scheler) che non agiva certo a caso.
L’immagine di lui che si trascina a fatica durante una via crucis, con una pesante croce sulle spalle, è restata nell’immaginario comune. Il tutto poi era ancora pregno di significati se si pensa che Wojtyla era stato, e continuò ad essere anche per un certo periodo dopo l’elezione al soglio di Pietro, uno sportivo, un’atleta, sempre attento alle ragioni del corpo ma sempre altresì consapevole della sua caducità e della sua immersione nell’orizzonte della temporalità. Papa Francesco, colpito anch’egli dalla malattia, non ha esitato, nell’ultima fase del suo pontificato, fino all’ultimo giorno, a seguire la via tracciata dal predecessore.
E su quella via si è ora incamminato, pur in un contesto meno drammatico per la sua salute, anche il papa americano. Se la Chiesa vuole ancora giocare un ruolo in questo nostro mondo, non avendo eserciti come sarcasticamente diceva Stalin, non può seguire la strada della forza, degli “arcana imperii”, dei segreti custoditi gelosamente nelle segrete stanze del Vaticano. Non può competere su questo terreno. Può dire la sua solo gettando “scandalo”, non adeguandosi alle parole e all’andazzo del mondo. Deve richiamare all’altra faccia della forza e della potenza. Che è sua volta forza, ma quella immateriale dell’amore.