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Hans-Jakob Schindler: "Ecco cosa c'è dietro la radicalizzazione islamista"

di Simone Di Meo martedì 20 ottobre 2026

4' di lettura

A Cava de' Tirreni uno studente universitario di 21 anni arrestato dopo un sequestro di armi e materiale per fabbricare esplosivi. A Firenze un quindicenne accusato di arruolamento nell'Isis. A Milano una diciassettenne sospettata di prepararsi al martirio. A Como un sedicenne indagato per contatti con ambienti estremisti. A Monza un altro minorenne sotto inchiesta per autoaddestramento terroristico. Negli ultimi sei mesi le Procure italiane hanno indagato su giovanissimi sospettati di radicalizzazione jihadista attraverso social network, chat e piattaforme digitali.

Secondo il rapporto Europol del luglio 2026, nell'Unione europea si sono registrati 45 attentati terroristici compiuti, falliti o sventati nel 2025. Ventiquattro erano riconducibili al jihadismo. Gli arresti per terrorismo jihadista sono stati 347. Tra tutti i sospettati di terrorismo arrestati, 130 avevano non più di 18 anni. Il più giovane ne aveva dodici.

Hans-Jakob Schindler, senior director del Counter extremism project ed ex componente del gruppo Onu incaricato di monitorare al-Qaeda e Stato islamico, individua un cambiamento nelle modalità di reclutamento.

“Negli ultimi anni”, spiega in questo colloquio con “Libero”, “la maggior parte delle organizzazioni terroristiche, in particolare le grandi reti internazionali di al-Qaeda e dello Stato islamico, ha cambiato tattica. Invece di inviare persone in Europa perché compiano attentati — addestrandole all'estero, facendole entrare e poi impiegandole sul posto — recluta individui che si trovano già in Europa, attraverso social media e piattaforme di messaggistica. Li radicalizza”, continua, “li istruisce, e poi questi singoli attentatori o piccoli gruppi compiono gli attacchi”.

E, quasi sempre, le organizzazioni possono sfruttare i canali di ingresso clandestino nel nostro continente. Come dimostra la crisi di Ceuta (Spagna) di quest'estate, che ha riaperto il confronto europeo sulla sicurezza delle frontiere. Dopo gli attraversamenti irregolari dal Marocco, Italia e Spagna hanno introdotto controlli temporanei a vicenda. E Roma ha prorogato le verifiche sui collegamenti con la Spagna fino al 23 ottobre.

“Quando i controlli alla frontiera vengono meno, come abbiamo visto in Spagna, è molto probabile che la situazione venga sfruttata da chiunque voglia attraversare il confine pur sapendo di non doverlo fare: criminali, trafficanti e, naturalmente, jihadisti e altri terroristi”, prosegue Schindler.

Il Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, attivo dal giugno scorso, ha rafforzato screening e registrazione biometrica attraverso Eurodac. Le impronte digitali permettono di confrontare identità registrate in Stati differenti, tuttavia non certificano automaticamente nazionalità e precedenti giudiziari. Per questo, aggiunge Schindler, “la loro efficacia” è “limitata”.

“Un gran numero di migranti irregolari arriva senza documenti d'identità e spesso dichiara di provenire da un Paese diverso, per evitare di essere rimpatriato se la richiesta d'asilo viene respinta. Per tutti i Paesi europei”, rileva, “è quindi difficile accertare chi siano davvero queste persone e da dove provengano”.

L'Italia mantiene comunque controlli temporanei al confine con la Slovenia fino a dicembre 2026. Fra le motivazioni comunicate alla Commissione europea compare il rischio di infiltrazioni terroristiche lungo la rotta balcanica.

“Si verificano regolarmente casi di migranti irregolari espulsi da un Paese che tentano una seconda o una terza volta di entrare in un altro Stato europeo. È una sfida generale, che riguarda l'intera Europa e non solo l'Italia; tutti i Paesi devono cooperare e scambiarsi informazioni con attenzione”.

Nei primi nove mesi del 2026 Frontex ha rilevato circa 90.865 attraversamenti irregolari alle frontiere europee, un terzo in meno rispetto al 2025. Nel Mediterraneo centrale le rilevazioni sono state circa 22.500. Ma l'attenzione di Schindler si concentra soprattutto sull'Africa. Il rapporto Onu dell'agosto scorso stima tra 7.000 e 8.000 i combattenti di Jnim, coalizione jihadista legata ad al-Qaeda, attiva nel Sahel. Circa metà opera in Mali. Lo Stato islamico nel Grande Sahara conterebbe altri 2.000 militanti.

“Nell'Africa orientale si trova inoltre uno dei maggiori affiliati di al-Qaeda al mondo, se non il maggiore, al-Shabaab in Somalia, anch'esso in crescita. In questo momento”, sottolinea, “l'area geografica in cui al-Qaeda e lo Stato islamico crescono più rapidamente è l'Africa; qui avrebbero più membri, denaro, combattenti e territorio sotto il loro controllo che in qualunque altra regione”.

Secondo l'Onu, al-Shabaab raccoglieva tra 5 e 9 milioni di dollari al mese nell'area di Mogadiscio. Nel Sahel, Jnim avrebbe utilizzato gran parte di un riscatto da 50 milioni di dollari, pagato nel 2025, per finanziare operazioni militari in Mali. E non solo. Anche il marketing del terrore ha bisogno di continue risorse.

“La propaganda online è spesso prodotta in modo molto professionale e realizzarla costa. Servono specialisti e persone che la diffondano sui social aprendo nuovi account: tutto questo richiede denaro”. Schindler individua per di più ulteriori difficoltà nelle transazioni digitali.

“I piccoli trasferimenti, i sistemi informali di pagamento e le criptoattività sono molto difficili da individuare”, è il commento di Schindler. “Negli ultimi tempi sono stati compiuti molti progressi sul piano normativo e tecnico per quanto riguarda le criptoattività. È entrata in vigore una nuova normativa europea e si comprende meglio che le criptoattività vengono usate come altri strumenti finanziari. Tuttavia, in questo settore l'innovazione tecnologica sta, come prevedibile, correndo più velocemente della regolamentazione”. E i terroristi stanno imparando a correre sul web.

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