«Il web è zeppo di video che dimostrano con chiarezza quello che è avvenuto al Salone di Torino. Eppure in questi giorni ho visto e sentito di tutto. Alcuni giornalisti hanno sostenuto addirittura che in realtà io avessi tranquillamente parlato. Un grande quotidiano mi ha attribuito un 5 in pagella per una frase che non avevo mai pronunciato. La leader del Pd ha detto che la destra ha problemi con il dissenso, quando io, dopo aver evitato che la polizia allontanasse i manifestanti, li ho invitati più volte a discutere insieme... Incredibile». Eugenia Roccella è abituata allo scontro politico, anche duro. Lo racconta nel libro che non ha potuto presentare: ha avuto una gioventù di militanza radicale, e si è formata nelle battaglie di Marco Pannella. «Nelle manifestazioni radicali ci siamo spesso imbavagliati, abbiamo digiunato per ottenere spazio in tv. Però non abbiamo mai impedito a qualcuno di esprimersi, perché avrebbe significato contraddire ciò per cui ci battevamo. Erano gli anni in cui i comunisti dicevano che “i fascisti non possono parlare”: io ero radicale proprio perché ritenevo quei comportamenti inaccettabili. Con lo stesso spirito di allora, a Torino ho dato ai contestatori la possibilità di salire sul palco, di far conoscere le proprie idee e confrontarle con quelle degli altri».
Non è andata bene.
«Si sono limitati a leggere un comunicato. La verità è che non volevano libertà di parola per sé, volevano sequestrare la mia».
Dalle immagini del Salone del libro lei sembra calma, più delle persone che erano con lei. Ma come si è sentita davvero su quel palco quando ha capito che le sarebbe stato impedito di parlare?
«Quando è iniziata la contestazione ero calma perché, a differenza di quello che dice Elly Schlein, il dissenso non mi turba, purché si manifesti in forma nonviolenta. È giusto rivendicare per sé uno spazio di parola, non è mai giusto negarlo ad altri. Ma impedire a qualcun altro di parlare è violenza, qualcosa che ho visto esercitare contro il “nemico ideologico” negli anni Settanta e che ha prodotto un crescendo di intolleranza, fino agli esiti ben noti. A Roma sono già spuntati i manifesti col ritratto mio, odi Giuseppe Valditara, e la scritta “Wanted”».
Anche Sergio Mattarella è preoccupato. L’ha difesa in pubblico, ha detto che non si deve mai mettere a tacere nessuno, tantomeno quando si tratta di un libro.
«Ringrazio il presidente Mattarella. Spero che quei ragazzi ascoltino la sua lezione».
Chi l’ha delusa di più?
«Mi hanno delusa non tanto i ragazzi che mi hanno censurato quel pomeriggio, quanto le reazioni del giorno dopo. A cominciare dai politici, dai quali mi sarei aspettata almeno la classica formula volterriana che in questi casi non si nega a nessuno: “Non condivido nulla di ciò che dici, ma lotterò perché tu lo possa dire”. Non immaginavo che avremmo assistito a una gara di arrampicate sugli specchi, nel tentativo di giustificare l’idea secondo cui un’autrice che presenta un libro, siccome è anche membro del governo Meloni, non può parlare. Ci sono state anche eccezioni, per fortuna: Matteo Renzi, Luciano Violante e Paola Concia, tra gli altri. Li ringrazio».
Il Salone del libro è uno specchio fedele del mondo della cultura italiana. Nicola Lagioia, il direttore del Salone, non ha fatto nulla per difendere il suo diritto a parlare. Scrittori e intellettuali hanno giustificato il bavaglio.
«Scrittori e intellettuali sono stati un’altra delusione. Nessuno più di uno scrittore dovrebbe avere a cuore la libertà di parola. Proprio pochi giorni prima dei fatti di Torino era stato Salman Rushdie, uno che porta sul corpo i segni dell’intolleranza, a mettere in guardia dalle minacce che incombono sulla libera espressione».
Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.
«È vero, ma trovo sorprendente che nessuno scrittore abbia levato la sua voce per difendere la libertà di espressione. Dopo Torino c’è stato un silenzio da amebe. In compenso Saviano ha detto che la mia semplice presenza al Salone era provocatoria. Aggiungiamo anche quelli che hanno commentato e persino recensito il mio libro senza averlo letto...».
La nuova direttrice del Salone del libro, Annalena Benini, ha detto che si sarebbe comportata come Lagioia. E lei, ministro? Tornerebbe a Torino il prossimo anno?
«Non ho libri con cui tornare al Salone. Ho scritto “Una famiglia radicale” durante il lockdown, quando non ero ministra. Ora lo sono e di quello devo occuparmi. Però sono fiduciosa nella capacità di Annalena Benini di non operare discriminazioni e non favorire censure, di allargare gli orizzonti».
L’egemonia culturale della sinistra esiste ancora? Stiamo ancora pagando dazio alle conquiste gramsciane?
«No, io non credo che esista l’egemonia della cultura di sinistra, e in un certo senso non esisteva neanche in passato. C’erano, ben percepibili, delle enclave di potere, in primo luogo il “giro” della Einaudi, e c’era una difficoltà di muoversi per chi fosse estraneo a quel mondo. Ma non c’è mai stata, neanche nei tempi d’oro, una vera egemonia culturale della sinistra. Ricordo un mondo culturale affollato di grandi scrittori, poeti, critici letterari e cinematografici certamente non di sinistra. Ricordo anche che a rinvigorire la Feltrinelli sono stati i grandi successi editoriali di Pasternàk o Tomasi di Lampedusa».
Lei cita spesso un irregolare come Pasolini. Oggi ci sono i Saviano e i Lagioia, a fare discutere per giorni sono le frasi di Chiara Ferragni.
«Il punto è proprio questo: non ci sono più grandi personaggi, e non ci sono più neanche i grandi “irregolari”. A spacciarsi per anticonformisti sono i più omologati al mainstream, mentre i pochi veri irregolari si trovano su altri fronti: penso a persone come Giampiero Mughini o Vittorio Sgarbi, che non a caso si sono pronunciati contro la censura avvenuta al Salone. Pasolini si è sempre professato comunista, ma quando i comunisti cercavano disperatamente di silenziare Pannella, lui si schierò con tutto il suo peso al fianco di Marco. Ripeto: c’erano agglomerati di potere e salotti influenti, ma c’erano anche, sempre, figure libere».
La destra di governo ha un «residuo di complesso di inferiorità», come dice Alessandro Giuli?
«Le persone che sono state e sono di destra nel nostro Paese hanno subìto una lunga e spesso pesante emarginazione, non credo che su questo possano esserci dubbi. E può darsi che questa emarginazione abbia prodotto qualche complesso».
A destra mancano figure culturali autorevoli?
«Il problema riguarda tutti, non una parte politica. C’è da tempo un deficit di prestigio, di autorevolezza. Con le dovute eccezioni, ovviamente. Ma è un fatto che oggi mancano figure a cui tutti rendiamo omaggio, come poteva accadere appunto a un Pasolini, che era ferocemente attaccato, ma suscitava l’istintivo rispetto che si ha verso persone capaci di elaborare un pensiero illuminante, fuori da qualunque schema. La patologia da cui oggi bisogna liberarsi è quella dell’“amichettismo” di sinistra, come lo chiama Fulvio Abbate: un sostituto minore delle enclave di potere culturale di un tempo».
Come funziona l’“amichettismo” di sinistra?
«Oggi nessuno scrive più una critica negativa, per i film o i romanzi italiani ci sono solo elogi. Ci si scambiano a vicenda recensioni, presentazioni e ospitate. Sembra di stare sempre nel salottino di Zoro, fra ex compagni di scuola che vanno negli stessi locali, nelle stesse trasmissioni, e usano un linguaggio condiviso. Un ambiente sempre più asfittico... una noia».
E davanti all’“amichettismo” la destra cosa può fare?
«Può dare spazio a nuove idee e a nuove persone. Che non vuol dire censurare qualcuno, ma anzi, al contrario, allargare gli orizzonti. Tutto un mondo che fin qui è stato escluso non deve esserlo, e questo vale tanto per le persone quanto per le idee. Liberiamo il diritto di parola per tutti, in un libero gioco di opinioni e pensieri, e vediamo cosa succede».
C’è chi teorizza come risposta la creazione di un “gramscianesimo di destra”. Un’occupazione delle casematte del potere e della cultura speculare a quella fatta dalla sinistra: le televisioni, le case editrici... È possibile una cosa del genere? Silvio Berlusconi, che case editrici e televisioni ne ha, se ne è sempre guardato bene.
«No, non si può fare e non sarebbe giusto farlo. Il problema non è sgomberare l’esistente o sostituirlo, la sfida è aprire. Non avere paura, proprio perché non ha senso avere complessi di inferiorità. E, ovviamente, promuovere anche un avvicendamento, perché se i protagonisti sono sempre gli stessi è difficile che qualcun altro possa emergere. I nostri avversari gridano alla “sostituzione etnica”, quando invece noi vogliamo solo favorire sul piano culturale una sorta di “melting pot” che implichi anche una riduzione del tasso di odio e rifiuto ideologico che fin qui ci è stato riversato addosso».
Vasto programma.
«Se l’atteggiamento è quello che ha accompagnato la censura nei miei confronti, direi che c’è parecchio da lavorare».
Il bilancio delle devastanti inondazioni causate dalla tempesta che ha colpito il Texas centrale sale ad almeno 51 morti. Ventisette i dispersi.Il dato ufficiale fornito dalle autorità parla ancora di 43 vittime ed è probabile aumenti nella zona più colpita della contea di Kerr. Sempre le autorità sabato in una conferenza stampa hanno dichiarato che 15 delle vittime erano bambini. Il governatore Greg Abbott ha promesso che le squadre avrebbero lavorato 24 ore su 24 per soccorrere e recuperare le vittime. Ancora da ufficializzare il numero delle persone disperse, a parte 27 bambine che si trovavano in un campo estivo femminile.