Non c’è ancora nulla di ufficiale, l’Italia ha intenzione di abbandonare la Belt and Road Initiative (Bri) ma il governo non si è ancora espresso in maniera formale. Pechino teme che l’incontro di domani alla Casa Bianca possa risultare determinante e sebbene la Meloni garantisca che il governo deciderà in maniera autonoma e che Biden non ha mai «sollevato la questione direttamente con me», attraverso la stampa di partito il governo cinese sostiene che «le parole della leader italiana sono come un cartello con la scritta “Qui non ci sono monete d’argento nascoste” piazzato in un luogo dove è stato seppellito il tesoro». «L’impatto negativo potenziale» di tale decisione influenzata dall’America, chiosa minaccioso il Global Times, sarebbe «preoccupante in termini di fiducia politica e cooperazione».
INDIPENDENZA EUROPEA
Il giornale di regime si è preso anche la briga di sentire in proposito l'ambasciatore cinese in Italia Jia Guide secondo cui l’adesione dell’Italia alla Bri è stata finora vantaggiosa per tutti, migliorando le relazioni politiche e commerciali tra i due Paesi. La Cina è ora il più grande partner commerciale dell'Italia in Asia, dice l’ambasciatore, e il commercio bilaterale ha raggiunto un nuovo massimo per tre anni consecutivi. «L'Italia ha firmato il maggior numero di accordi tra i paesi dell'Ue sull'esportazione di prodotti agricoli in Cina e i due Paesi», sostiene, «mantengono una buona cooperazione nell’industria navale e sui semiconduttori». Su quest’ultimo settore si cita anche la joint venture tra la STMicroelectronics e una società cinese, proprio nel giorno in cui peraltro il Consiglio dell'Unione Europea ha in realtà bastonato qualsiasi futura collaborazione in proposito approvando il cosiddetto «regolamento sui chip», che punta a creare le condizioni per sviluppare una base industriale europea nel settore dei semiconduttori, diminuendo contestualmente la dipendenza dall’estero. Un passo certamente politico, più che economico, che prefigura tra le altre cose l’apertura di filiali di aziende taiwanesi di microchip con capitali Ue, cosache certamente non farebbe piacere a Pechino. Un passo che ben spiega la crescente riluttanza delle imprese europee e non a investire in un Paese politicamente distante, con sempre meno libertà e crescita economica.
Lo dimostra anche la decisione di queste ore della Toyota di licenziare un migliaio di dipendenti della sua sussidiaria cinese Gac Toyota, che è anche una joint venture con il gigante automobilistico locale Guangzhou Automobile Group, in risposta «all'attuale situazione produttiva». La Toyota ha registrato un calo di vendite del 2,8% in Cina, dovuto al boom delle automobili elettriche di cui il gigante asiatico è grande produttore e il cui mercato è falsato dalle agevolazioni per i mezzi costruiti da aziende locali. La decisione della Toyota segue quella identica di Mitsubishi e Ford.
IMPRESE DELUSE
Non a caso secondo un recente rapporto della Camera di Commercio della Ue in Cina la fiducia delle imprese europee che operano all’ombra della Grande Muraglia è la più bassa mai registrata. Due terzi delle 570 aziende che hanno risposto al sondaggio della Camera hanno dichiarato che fare affari in Cina è diventato più difficile, mentre tre su cinque sostengono che l'ambiente imprenditoriale è diventato decisamente “più politico” rispetto al passato.
Il bilancio delle devastanti inondazioni causate dalla tempesta che ha colpito il Texas centrale sale ad almeno 51 morti. Ventisette i dispersi.Il dato ufficiale fornito dalle autorità parla ancora di 43 vittime ed è probabile aumenti nella zona più colpita della contea di Kerr. Sempre le autorità sabato in una conferenza stampa hanno dichiarato che 15 delle vittime erano bambini. Il governatore Greg Abbott ha promesso che le squadre avrebbero lavorato 24 ore su 24 per soccorrere e recuperare le vittime. Ancora da ufficializzare il numero delle persone disperse, a parte 27 bambine che si trovavano in un campo estivo femminile.