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Crisi e scenari economici: la necessità di un patto per frenare prezzi e inflazione

di Piero Bargello venerdì 8 settembre 2023

3' di lettura

A memoria d’uomo settembre è stato sempre il mese dei conti pubblici che non quadrano, per il combinato effetto dei cittadini che domandano assistenza al di là delle risorse disponibili e dell’offerta della politica che incontra gli stessi vincoli, ma non li ammette, limitandosi a scusarsi di non poter fare di più. Il canovaccio della rappresentazione annuale è sempre lo stesso: troppe spese, poche tasse e troppi debiti. Non di rado si dà la colpa all’Unione Europea, normalmente alla Commissione di Bruxelles, che non modifica il Patto di stabilità, ma oggi è sotto tiro la Bce, che per combattere l’inflazione pratica tassi dell’interesse che mettono in crisi le famiglie e le imprese indebitate, creando depressione. L’aumento dei prezzi taglia il potere di acquisto dei salari e delle pensioni, la più grossa alimentazione della domanda globale, sulla quale tutti campano, dallo Stato ai privati. Una larga maggioranza chiede assistenza, male risorse sono scarse, se non lo fossero l’economia sarebbe una scienza non necessaria. Il mancato riconoscimento di questo elementare principio economico nasce dall’idea che vi sia sempre reddito o ricchezza da tosare e quando si scopre che questa è una cura peggiore del male, si trova una linea di compromesso nel ricorso all’indebitamento pubblico e, quando questo è eccessivo, come nel gioco di Monopoli, si torna al punto di partenza.

Se gli squilibri nei conti fossero dovuti a maggiori investimenti sarebbe come commettere un errore “costruttivo”, ma questi non vengono fatti ormai da decenni; sotto questa voce di bilancio vengono iscritte principalmente le manutenzioni dei vecchi. Il Pnrr era destina to a correggere questa stortura e ben funzionerebbe come stimolo anticiclico, se anch’esso non incontrasse il vincolo dell’attuazione, per complicazioni normative e perché i cittadini invocano assistenza. Se il dibattito settembrino affrontasse questo problema per risolverlo e non quello di trovare risorse per aggravarlo (inventando “tesoretti” contabili), sarebbe già un bel passo avanti. Non potendo spendere perché tassare peggiora la situazione e l’indebitamento è precluso, dobbiamo abbandonarci alla recessione in atto che, finché dura l’inflazione, può solo peggiorare. E l’inflazione dura se non si arginano le pressioni salariali e pensionistiche e i comportamenti dei produttori e intermediari di ogni tipo che godono di vantaggi di mercato.

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La storia di come l’inflazione è stata debellata è varia: ci sono stati tentativi di controllo generale dei prezzi (l’ultimo fu quello del Governo Rumor, La Malfa Ministro del Tesoro), che fu un insuccesso, e altri che hanno colpito l’origine, quando si conosceva; come fu la neutralizzazione della scala mobile, prima con l’inflazione “programmata” (che costò la vita a Ezio Tarantelli), poi con il referendum abrogativo (sostenuto da una schiera di illustri economisti e concluso dal Ministro Scotti), infine con la “concertazione” promossa dal Governo Ciampi.

Per la confusione esistente circa origine e cura, solo la via della concertazione pare praticabile e questa presenta due varianti: l’obbligatorietà e la volontarietà. La seconda appare la più praticabile, ma occorre che si formi un’unitarietà di intenti per portare il Paese fuori dalla crisi, soprattutto in un momento in cui i fattori geopolitici sono dominanti (venti di guerra e deglobalizzazione). Il successo del precedente esperimento nacque dalla coscienza che fosse giunto il momento di un’azione concordata dopo il collasso politico seguito all’iniziativa giudiziaria e la necessità di ottemperare agli impegni presi a Maastricht.

Il problema da affrontare non è quindi quello di assistere questo o quel cittadino o impresa, ma consentire a chi ne ha bisogno di guadagnarsi il pane lavorando; per ottenere questo risultato, bisogna propiziare investimenti pubblici e privati che creino lavoro o redditi dai quali trarre nuove entrate. Oggi la via delle tasse crea depressione, di conseguenza quella delle spese trova ostacoli insormontabili, anche perché il debito è costoso e presto verrà sbarrato dall’Ue. Se le famiglie in difficoltà aumenteranno o diminuiranno non dipenderà dal far quadrare i conti a settembre ricorrendo a un misto di piccoli interventi, ma dal raggiungere la coscienza che il Paese ha bisogno di un momento di pausa delle polemiche per affrontare la depressione che incombe e concertare una riduzione dei prezzi tale che la domanda aggregata si ricostituirebbe senza doverla ulteriormente mortificare con politiche monetarie restrittive. L’Unione Europea potrebbe assecondare una siffatta politica, anche per consentire alla Bce di ridurre i tassi dell’interesse ufficiali, e il problema da risolvere sarebbe il dosaggio da stabilire di detta riduzione, ma basterebbe inviare il segnale di volerlo fare per invertire le aspettative.


 

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