“Orrore” è la parola che ricorre sui giornali. Il calibro del carattere tipografico è forgiato dai fatti, visto si stampi, facile. Più difficile sembra trarne le conseguenze. Perché quello che hanno fatto i tagliagole di Hamas impone una risposta che non può essere un valzer di opinioni astratte; perché gli imam che incitano al jihad globale svelano le intenzioni contro noi tutti. Tra i tanti, ho letto Paolo Giordano sul Corriere della Sera, il pensoso scrittore dopo l’evocazione delle «onde concentriche», della «nausea fisica», del «finale alla Cechov» e del «bagno di sangue shakespeariano», ha mancato il finale, la logica conclusione, ha lasciato in sospeso la conseguenza ineludibile, l’ha trasformata in non-detto: la guerra, la guerra giusta di Israele contro Hamas.
I bimbi d’Israele decapitati sono un punto di svolta nella storia delle “guerre di Gaza”, niente sarà come prima, a partire dal campo di battaglia. La strage degli innocenti ha tolto di mezzo ogni tentativo di temperare la risposta. Lo scopo del conflitto è distruggere il nemico, per questo devi colpirlo con il massimo della precisione e della forza. L’obiettivo è la distruzione totale di Hamas. Non è una questione di Anton Cechov e William Shakespeare, ma di Carl von Clausewitz e Sun Tzu; non è la penna, è il cannone; non è l’inchiostro, è il fucile; non è la retorica, è la fanteria. Non è letteratura, è guerra.
Non è l’equidistanza pelosa degli intellettuali, non si può chiedere a Israele di non fare la guerra, di avere paura, perché la sola risposta possibile se non vuoi morire lentamente e inesorabilmente è proprio la guerra totale a Hamas, con l’assedio di Gaza, l’interruzione delle forniture di energia e acqua, i bombardamenti e l’operazione di terra. L’esercito è lo Stato di Israele, “Tsahal” è il popolo ebraico, si muore combattendo, non sventolando bandiera bianca di fronte agli sgozzatori di bambini.
Sfilano già i pacifisti, i coristi contro Israele terrorista, quelli che c’è la “questione umanitaria” dei palestinesi a Gaza e non la testa dei bambini ebrei nel kibbutz, mentre vedi le immagini e ascolti le parole di queste sfilate del terrorismo prêt-à-porter, appare l’evidenza: Hamas e Gaza non sono separabili, perché l’altra montagna che nessuno vuol vedere, il non detto di questa storia è che Hamas non è un corpo estraneo, non è una banda di marziani a Gaza, la governa, le sue canaglie sono difese dall’Autorità palestinese di un Abu Mazen che non rappresenta nessuno e quel “popolo” presunto innocente ha così a cuore “la causa” della pace che offre scudo, riparo, collaborazione – e festeggiamenti – alle imprese di questa banda di assassini, corrotti, psicopatici.
Non chiudere la partita con Hamas nel 2009 con l’operazione “Piombo Fuso” fu un grande errore dell’allora premier Ehud Olmert, si pensava di poter tenere a bada “la bestia” con delle periodiche operazioni di polizia al confine della Striscia. Quattordici anni dopo, quello che sembrava un incrollabile bastione del mondo libero nel Medio Oriente, è uno Stato in pericolo. Mai come oggi l’esistenza di Israele è minacciata. Un’invasione del suo territorio da parte di Hamas sembrava impensabile, materiale per la fiction, sceneggiatura buona per Fauda, ma la realtà come sempre supera la fantasia e abbiamo visto un assalto coordinato allo Stato ebraico, via terra, via mare e via cielo, con un barrage di missili, lo sfondamento dei confini, l’assalto in moto, l’atterraggio dei killer con il deltaplano, lo sterminio di massa, il rapimento, la profanazione del corpo, lo stupro, il ricatto. Eccolo qui, in cinemascope, via social, con gli slogan dei coristi per Hamas, il preludio di quello che potrebbe accadere con un’azione dei terroristi palestinesi su più vasta scala.
Ora tutti temono “l’allargamento del conflitto”, ma in realtà ciò di cui bisogna aver paura è lo status quo, la paralisi dopo l’attacco. Se Israele non reagisce, se viene congelata ogni decisione, il prossimo passo dei nemici sarà quello finale. I governanti europei e la Casa Bianca tremano all’idea dell’espansione della guerra, ma non si pongono la domanda chiave: cosa succede se cade Gerusalemme? La risposta è semplice: i nemici dell’Occidente si sentiranno così forti da tentare l’assalto all’Europa, confidando nel pensiero debole e imbelle delle sue classi dirigenti.
Sembra un racconto distopico, ma dopo la carneficina al rave party, la mattanza dei bambini, anche le ipotesi più romanzesche devono essere prese in considerazione. Siamo in una fase no limits della storia. Il governo israeliano di unità nazionale serve a dare tutto il supporto politico necessario alla guerra, la Knesset non può spaccarsi, perché Israele tra qualche giorno scoprirà quello che aveva vissuto Winston Churchill quando Neville Chamberlain e Edward Wood, il visconte di Halifax, lo volevano spingere a negoziare la resa con Hitler in cambio di una fantomatica indipendenza del Regno Unito, un frammento di storia che nel film L’ora più buia diventa una gemma con Churchill che sbatte i pugni sul tavolo e esclama: «Ma quando la apprenderete la lezione? Dio santo! Quanti dittatori dovremo ancora vezzeggiare, blandire, favorire con immensi privilegi per capire che non si può ragionare con una tigre quando si ha la testa nelle sue fauci!». Ieri, oggi. La testa di Israele è tra le fauci della banda di Hamas, Hezbollah e l’Iran, mentre le unghie affilate della Russia la accarezzano.
Un’America senza visione, in ritirata, con il presidente Joe Biden che esprime il declino senile della Casa Bianca, ha chiuso gli occhi di fronte alle scorribande dei nemici di Israele, mentre le classi colte e incolte, spiaggiate al check-in della vacanza permanente, i liberal senza patria, gli indifferenti di ogni colore, hanno picconato la Statua della Libertà e casa nostra con le sue cattedrali, palazzi, biblioteche, fino a farne un parco giochi senza storia, radici, cultura. Se non c’è passato da difendere, non c’è domani. Nel libro L’innominabile attuale, Roberto Calasso scriveva che il «fondamento del terrore è l’idea che soltanto l’uccisione offra la garanzia del significato» e ricordava che «negli anni fra il 1933 e il 1945, il mondo ha compiuto un tentativo di autoannientamento, parzialmente riuscito». Parzialmente. Ma siamo sempre in tempo a completare l’opera per ignavia e viltà, basta far balenare al nemico l’idea che può sfondare la porta di casa. Fate la guerra, fermate Hamas, costruite la pace.
Il bilancio delle devastanti inondazioni causate dalla tempesta che ha colpito il Texas centrale sale ad almeno 51 morti. Ventisette i dispersi.Il dato ufficiale fornito dalle autorità parla ancora di 43 vittime ed è probabile aumenti nella zona più colpita della contea di Kerr. Sempre le autorità sabato in una conferenza stampa hanno dichiarato che 15 delle vittime erano bambini. Il governatore Greg Abbott ha promesso che le squadre avrebbero lavorato 24 ore su 24 per soccorrere e recuperare le vittime. Ancora da ufficializzare il numero delle persone disperse, a parte 27 bambine che si trovavano in un campo estivo femminile.