Il Quirinale ha dato il via libera, la maggioranza degli italiani apprezza l’elezione diretta del premier, Matteo Renzi ha detto che la voterà, il resto della sinistra è schierata in trincea. La riforma istituzionale del centrodestra è già stata stroncata dai difensori della Costituzione più strumentalizzata del mondo. I corazzieri delle pandette ritengono che solo i progressisti abbiano diritto a promuovere iniziative che riformino la Carta. Giuristi a gettone sguainano la sciabola contro ogni tentativo di rinforzare la presidenza del Consiglio ma issano bandiera bianca se la sinistra riforma tutto il TItolo V, producendo un ibrido che non è né centralismo né tantomeno federalismo ed è buono solo a scassare i conti. Dov’erano quando la sinistra, per ben due volte, ha forzato la prassi costituzionale che voleva che il presidente della Repubblica lasciasse dopo un mandato e ha confermato al Quirinale politici provenienti dal Pd?
Tutti gli ultimi governi hanno messo mano alla legge elettorale. La formula è cambiata di continuo ma l’obbiettivo era sempre il medesimo, anche se non era esplicitato: vincere le future elezioni. I cittadini hanno puntualmente smontato i sogni di gloria dei legislatori. Quello della Meloni è il solo esecutivo che cambia il modo di eleggere il premier ma non alla ricerca di un algoritmo che gli garantisca il successo e altri cinque anni di potere. L’unico scopo, dichiaratissimo, è rinforzare il presidente del Consiglio, di qualunque schieramento sia, prevedendo che possa essere sostituito senza ripassare dalle urne solo da un parlamentare appartenente alla medesima maggioranza e sostenuto dal voto di essa. Poiché è una riforma che impedisce ribaltoni e mercato delle vacche, a sinistra non piace.
D’altronde, se la legge fosse stata in vigore dall’inizio della seconda Repubblica non avremmo avuto i premier Renzi, Gentiloni, Draghi, Conte, Monti, Ciampi, Dini, Amato, D’Alema, Letta. Insomma, non avremmo dovuto subire tutti gli inquilini di area centrosinistra che si sono succeduti a Palazzo Chigi, con l’eccezione di Romano Prodi, unico con le carte in regola per insediarsi. Viceversa, nulla sarebbe cambiato per gli unici due premier espressi dal centrodestra, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni; se non, per il primo, il fatto che il presidente Giorgio Napolitano non avrebbe potuto tramare con l’Europa il blitz per cacciarlo e sostituirlo senza elezioni, che il Cavaliere avrebbe rivinto in carrozza.
Si spiega così l’allergia dell’opposizione perla riforma del centrodestra, che pure ha rinunciato al presidenzialismo, suo eterno cavallo di battaglia presente anche nei lavori preparatori della Costituzione, pur di arrivare a dama. In 25 anni abbiamo cambiato tredici presidenti del Consiglio e avuto quindici governi.
L’instabilità politica è la principale causa del ritardo economico che abbiamo accumulato da inizio secolo ed è la vera ragione dei nostri vent’anni di mancata crescita, perché impedisce una programmazione imprenditoriale e rapporti internazionali solidi. Essa non si paga solo quando un governo cade ma anche quando è costretto a lavorare, normalmente subito dopo i primi cento giorni, sotto la scure di possibili ribaltoni, cambi di maggioranza, sgambetti. Ottant’anni fa la nostra Costituzione è stata pensata per avere governi deboli e un Parlamento forte, tanto governava sempre lo stesso partito e la stabilità era garantita da questo. Il sistema rispondeva alle esigenze di quel periodo, alla paura di nuovi regimi autoritari. Poi il mondo è cambiato, i nostri punti di riferimento internazionali hanno perso influenza, l’Europa ha fallito il suo progetto d’unione, la spina dorsale del Paese, retta da caste e lobby, si è dimostrata inadeguata a sostenere il peso delle nuove sfide. Chiunque si sia trovato a guidare il Paese non ha potuto fare le riforme necessarie, non ha potuto mai stringere il volante tra le mani, non ha mai avuto il tempo per incidere e non è bastato trasformare i parlamentari in un esercito di sudditi nominati per blindare gli esecutivi. La politica si è trasformata in un’asta di suggestioni e slogan più che in un confronto tra progetti di Paese ed è degradata da fede in tifoseria. Lo sfascio è sotto gli occhi di tutti. Chi non vuole cambiare, tradisce lo spirito della Costituzione anziché difenderlo.
Il bilancio delle devastanti inondazioni causate dalla tempesta che ha colpito il Texas centrale sale ad almeno 51 morti. Ventisette i dispersi.Il dato ufficiale fornito dalle autorità parla ancora di 43 vittime ed è probabile aumenti nella zona più colpita della contea di Kerr. Sempre le autorità sabato in una conferenza stampa hanno dichiarato che 15 delle vittime erano bambini. Il governatore Greg Abbott ha promesso che le squadre avrebbero lavorato 24 ore su 24 per soccorrere e recuperare le vittime. Ancora da ufficializzare il numero delle persone disperse, a parte 27 bambine che si trovavano in un campo estivo femminile.