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Mario Sechi, un anno di guerra e pace: a che punto è il governo

di Mario Sechi domenica 3 dicembre 2023

7' di lettura

A che punto siamo? Possiamo rispondere con l’Amleto: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia». Tutte le cose a cui Shakespeare allude stanno dentro la Storia che viviamo, non ce ne rendiamo conto, ma siamo dentro un romanzo tra i più avvincenti della storia dell’umanità.
Provo a unire qualche puntino.

Il governo Meloni ha un anno di vita, ha affrontato il periodo più difficile della storia europea dal 1945, con due guerre in corso (Ucraina e Medio Oriente) e un duro confronto tra l’Occidente e quel “resto del mondo” (di cui fanno parte Cina, Russia e India) che si scompone e ricompone a seconda degli interessi del momento. L’economia italiana ha retto l’urto devastante della crisi energetica, del disaccoppiamento dal gas russo, della corsa dei prezzi e dell’aumento dei tassi. Il prodotto interno lordo ha continuato a resistere, mentre altri paesi europei sono andati in recessione (Francia e Germania hanno il segno meno), l’occupazione è ai massimi storici e l’inflazione è la più bassa in Europa. Sul fronte sociale non ci sono grandi tensioni, nonostante i tentativi dell’opposizione di mobilitare la piazza, secondo l’Istat il clima di fiducia delle famiglie è positivo e quello delle imprese altalenante.

Le agenzie di rating hanno promosso la politica economica del governo, la Commissione Ue ha dato il via libera alla rimodulazione del Pnrr (che significa aver recuperato altri 21 miliardi di fondi da spendere) e l’Italia ha incassato la quarta rata da 16,5 miliardi; lo spread tra Btp e Bund venerdì ha chiuso a 173 punti. Le cose non vanno male come dice la tigre di carta della sinistra salottiera, il governo ha gestito bene l’emergenza, stabilizzato alcuni fattori (l’energia, prima di tutto), negoziato con la Commissione europea gli investimenti futuri, dialogato con i mercati dando sempre un messaggio di moderazione, lontano dagli estremismi e da messaggi euroscettici che avrebbero intaccato la credibilità di Palazzo Chigi e danneggiato i risparmiatori. Non è un ordinario lavoro di manutenzione, è un intervento straordinario in uno “stato d’eccezione” che sta diventando il “new normal”, una dimensione nuova della storia.

L’OPPOSIZIONE? LA TECNOCRAZIA IRRESPONSABILE
Il centrosinistra non ha i mezzi per far cadere il governo, Elly Schlein e Giuseppe Conte sono due refusi della storia, la prospettiva di Meloni e del centrodestra è quella della legislatura, ma c’è un fattore di resistenza molto forte e fuori dalla normale dialettica democratica: la tecnocrazia irresponsabile, quel gruppo di potere (visibilissimo) composto dalle magistrature (penale, civile, amministrativa), dal mandarinato dell’Alta Amministrazione, dai professionisti del trading con lo Stato nelle sue varie forme.

Tutti questi poteri insieme formano una “forza di blocco”, hanno la posizione ai vertici della macchina dello Stato, le capacità per “smontare” pezzo dopo pezzo il programma del governo, i decreti, le leggi, qualsiasi riforma, a cominciare da quella costituzionale, il vero bersaglio grosso. Basta leggere l’ultimo comunicato di Magistratura Democratica per capire che siamo di fronte a un’organizzazione che ha un programma e un fine politico: opporsi al governo Meloni.

LAVORO E DEMOGRAFIA
Il governo ha bisogno di un nuovo quaderno di lavoro perché rispetto al settembre del 2022 sono cambiate molte cose. È possibile aggiornarlo prendendo spunto dall’ultimo rapporto Censis. Qui troviamo la descrizione di una nazione IS colpita da un doppio shock: l'arrivo in Parlamento dei Cinque Stelle e la crisi della pandemia. L’arrivo in Parlamento dei Cinque Stelle e la crisi della pandemia. Il combinato disposto di Giuseppe Conte e del Covid è stata un’infelice sincronia degli astri, i teorici del reddito di cittadinanza hanno colto l’attimo per mettere in scena il loro spettacolo d’illusionismo dove il biglietto lo paga chi lavora. L’idea di rendere “remoto” ogni rapporto umano ha avuto un effetto devastante: lockdown, smartworking e Economist sussidi a pioggia hanno ri dotto la popolazione a crede re che la vita fosse un aperitivo su Zoom con in tasca il reddito di cittadinanza, il ri sultato è che «per l’87,3% de gli occupati mettere il lavoro al centro della vita è un erro re» con il «suo declassamento nella gerarchia dei valori esistenziali». 

Viviamo nel a radosso, perché tutto questo avviene con il record storico dell’occupazione: «Tra il 2021 e il 2022 gli occupati sono aumentati del 2,4% e nei ç, primi sei mesi ; I'ryrrv. f dell’anno la crescita rispetto allo stesso periodo del 2022 è stata del 2%. So N LX1NP no 23.449.000 gli occupati al primo semestre: il dato più elevato di sempre». C’è qualcosa che non va nell’anima degli italiani, se come dice il Censis siamo “sonnambuli”, allora c’è bi sogno di una politica del risveglio in un paese in pieno inverno demografico: «Nel 2050 l’Italia avrà perso complessivamente 4,5 milioni di residenti (come se le due più grandi città, Roma e Milano insieme, scomparisse due pilastri ideali che vacillano. 

SEPARARE MADRE E FIGLIO
Parlare di nascite è ormai un’eresia. La Stampa ieri ha pubblicato un lungo articolo sull’ectogenesi, un procedimento che rende(rebbe) possibile la crescita del feto fuori dall’utero. Che splendore, la separazione della madre e del figlio, la costruzione di un laboratorio per progettare “nuovi umani”, magari anche “super”. 

Sembra un incubo di Aldous Huxley (Il mondo nuovo, Mondadori) eppure leggo che «in effetti, sotto molti punti di vista, la possibilità di un’ectogenesi totale appare come un’opportunità senza precedenti di appianare, una volta per tutte, la disuguaglianza intrinseca al lavoro riproduttivo, delegandolo interamente alla tecnologia». Ergo, la gravidanza e il parto sono «processi degradanti e pericolosi». Bastano queste poche righe in cronaca per comprendere che il mare magnum della Biopolitica e Intelligenza Artificiale saranno il terreno di scontro tra destra e sinistra nel futuro che è in fieri

PUTIN STA VINCENDO?
Siamo su una macchina del tempo che va avanti e in dietro. Così mentre questo futuro si assembla, il Novecento ruggisce. La copertina dell’Economist è eloquente: “Putin sta vincendo?”. La guerra in Ucraina è scomparsa dai radar con l’arrivo della tempesta in Medio Oriente, ma i due conflitti hanno un filo rosso – lo scontro tra l’Occidente e “il resto” – do ve le impronte digitali sono quelle di Vladimir Putin, Xi Jinping e la compagnia di giro dell’Iran con i tagliagole di Hamas e Hezbollah. Dietro le quinte, c’è l’ombra dei titani dell’Oil & Gas, l’Arabia Saudita, l’Egitto, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti. Tutti hanno un interesse (non far allargare il conflitto da Gaza fino ai loro oleodotti), ma Putin ne ha uno più grande e urgente: vincere la guerra in Ucraina. 

Secondo il settimanale britannico Putin «ha messo il suo Paese su un piano di guerra e ha rafforzato la sua presa sul pote re. Si è procurato forniture militari all’estero e sta contribuendo a mettere il Sud del mondo contro l’America. In particolare, sta minando la convinzione dell’Occidente che l’Ucraina possa - e deb ba - uscire dalla guerra co me una fiorente democrazia europea». In poche parole: la guerra di logoramento di Mosca sta consumando la fiducia degli alleati di Kiev. Se l’Economist fa questa copertina, c’è una ragione concreta: non si tratta di uno scenario immaginario, è quello che si mormora nelle cancellerie d’Europa e a Washington. 

Nessuno oggi può dire quale sarà l’esito del conflitto, ma è chiaro che l’impatto di una vittoria di Putin sarebbe un cambiamento profondo ai confini della Nato. Attenzione, non sarebbe un trionfo sul campo di battaglia, ma sul tavolo del negoziato, perché l’Ucraina non può vincere e la Russia non può perdere. Quali sarebbero le conseguenze per la sicurezza Europea? Si è passati dalla retorica sulla schiacciante affermazione dell’Ucraina (bastava guardare in alto, in cielo, per capire che Kiev senza aviazione non avrebbe mai vinto) al fosco presagio di un Putin che conduce la guerra esattamente dove vuole, nel pantano di un altro inverno per fiaccare l’opinione pubblica europea e consumare le risorse (leggere: uccidere i soldati) dell’esercito ucraino.

A CHE PUNTO SIAMO?
Quando Meloni alla Cop28 di Dubai ammonisce che serve «una transizione ecologica, non ideologica», sta avvisando i naviganti dell’Occidente senza materie prime (dagli idrocarburi alle terre rare, fino al rame, il conduttore della rivoluzione elettrica) che gli scogli sono a poche miglia dai loro bastimenti. Oggi i governi che si nutrono di -ismi sono destinati a morire, questa è un’era per i realisti e i pragmatici, è una prova per leader di guerra e non di pace. Chi si illude di poter leggere la contemporaneità con i soli elementi dell’economia, commette un grave errore. Bisogna sempre scrutare nell’anima dei popoli, soprattutto quando lo scientismo e il razionalismo pretendono di dirottare i desideri. 

La storia del romanticismo, della reazione al totalitarismo dei Lumi, ne è la prova. Ci sarà sempre un Johann Georg Hamann (leggere il libro Il Mago del Nord, di Isaiah Berlin, Adelphi) che scoperchia il pentolone delle facili promesse, smaschera l’illusione di una vita non vera. Bisogna osservare l’anima delle persone. Politica interna e estera sono fuse in un unico libro del quale bisogna scrivere i capitoli. Giorgia Meloni è dentro un nuovo Grande Gioco. Siamo nel mezzo della crisi, quella che Antonio Gramsci descrive così: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

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