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Luigi Di Maio nel mirino, la rivolta nel M5s: "Troppi incompetenti", il leader scricchiola

di Davide Locano venerdì 31 maggio 2019

4' di lettura

Si vince e si perde insieme, non ci sono teste da far saltare...», sussurra pensando soprattutto alla testa propria. Quando si presenta, con accorto ritardo, alla conferenza stampa postelettorale, Luigi Di Maio, in apparenza, è freddo come il venticello artico della sconfitta, ma ha lo sguardo liquido di uno che scopre che gli hanno appena rigato la macchina. Passare dal 33% al 17% con l' alleato di governo che ti asfalta, be', non ha nulla di piacevole. E hai voglia a dire «ringrazio i 4,5 milioni (anche se ne hai persi 6, ndr) che hanno votato il M5S e ringrazio anche chi non ci ha votato perché dal loro comportamento noi impariamo e prendiamo una bella lezione»; o «il contratto di governo non si cambia e lo tuteleremo: saremo argine»; oppure «prima facciamo il tavolo flat tax-salario minimo e lo realizziamo. Poi, se vogliamo fare la flat tax per il ceto medio per me non c' è problema», e invece, diamine, il problema c' è. Ed è grosso. Perché Di Maio ha, onestamente, sbagliato tutto, «i modi, i tempi e le persone di cui s' è circondato, molti incompetenti, e ora urge una serena e approfondita autocritica, neanche troppo serena, data la catastrofe...», afferma un importante deputato del Movimento Cinque Stelle che preferisce rimanere anonimo. Leggi anche: Gli insulti del padre di Di Battista a Di Maio LE STORICHE DISSIDENTI Le stesse parole, più o meno, delle dissidenti storiche, Elena Fattori o Paola Nignes, senatrice col dentino avvelenato, la quale affonda: «In ogni partito, in ogni azienda, a seguito di un risultato di questo tipo sarebbe necessaria una revisione della struttura dirigenziale», spingendosi a chiedere le dimissioni di Giggino, che siano da ministro o da capo politico poco importa, basta che le dia. E sono parecchi, dal ventre del grillismo, a voler reagire, nonostante la rigida gerarchia del partito impedisca formalmente qualunque insubordinazione. Afferma un altro giovane deputato lasciato ai margini: «Salvini ha una sua narrazione coerente, dal punto di vista del marketing politico è perfetto, noi invece abbiamo distorto i nostri messaggi, la gente non capiva più. Noi paghiamo la finestra tra settembre e marzo quando, non sapendo che pesci pigliare, abbiamo alzato i toni, sparato sull' Europa (per poi cercare di recuperare poco prima del voto). Abbiamo manganellato, come nel caso della richiesta di impeachment per Mattarella, e ci siamo fregati gli elettori moderati». Gran parte dei quali elettori, paradossalmente, hanno scelto Salvini. E, a dimostrazione di questo, nota il deputato di matrice moderata Luca Carabetta, è che «quando abbiamo trattato temi in cui abbiamo coinvolto tutti come con l' innovazione, il consenso è salito». «L' esperienza è l' insegnante più difficile, prima ti fa l' esame e poi ti spiega la lezione» sospira il sottosegretario Stefano Buffagni in un post Facebook diretto al figlio. Ma è l' unico che prende queste elezioni con afflato romantico. Tutti gli altri sono incazzati. IL TERRITORIO Tutti i parlamentari del Movimento sono tentati di metter in discussione, l' inefficacia territoriale del partito («La Lega è molto più forte di noi») e la pessima strategia dimaiana sugli stakeholders, sui quei legittimi «portatori d' interessi», soprattutto imprenditori recuperati soltanto attraverso l' ultimo decreto crescita, quando però i danni sul versante del tessuto industriale erano già stati fatti. Sbagliata è stata la scelta delle prime file governative. Sbagliata la comunicazione. Sbagliato usare la voce grossa contro Salvini che in quel campo vanta un' inarrivabile tecnica di base. E, certo, ha ragione Di Maio, «nessuno chiede le mie dimissioni», ma molti le pensano; ed è per questo che al vertice del ministero del Lavoro, Giggino convoca i pesi massimi del partito -compreso Alessandro Di Battista. Che lasciando il vertice durato circa 4 ore prima nega che qualcuno abbia chiesto a Di Maio di farsi da parte - «Si lavora sugli errori e si migliora, non è che si lavora sparandosi addosso, questo lo fa il Pd, non lo farò mai io» - e poi tira la frecciata a Gigino: «Questa è la scoppola più grande della storia del Movimento, ma siamo sempre ripartiti anche nei momenti più drammatici...». Intanto slitta a domani il conclave dei militanti che doveva svolgersi ieri, per dare ai pentastellati lontani il tempo di organizzare il pellegrinaggio. Tutti i parlamentari e gli amministratori e i militanti in genere, per una volta, vogliono partecipare all' analisi del voto, dire la loro sulla strategia del Movimento. Finirà come al solito, ad occhio. Con Luigi Di Maio che sfugge alla lapidazione e continuerà a vivacchiare per la sua strada, «anche perché non ce n' è un altro...». Chè, in fondo, specie se hai il limite dei due mandati, è meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Non lo diceva Grillo, ma Andreotti... di Francesco Specchia

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