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Renzi ha bisogno di Berlusconi per evitare la Troika

di Ignazio Stagno domenica 10 agosto 2014

3' di lettura

C’è un convitato di pietra al tavolo che potrebbe sancire oggi o domani l’accordo Renzi-Berlusconi, già tessuto e limato dai rispettivi ambasciatori. Si chiama crisi. Il dato Istat che arriverà alle 11 di stamattina è previsto in un margine  di oscillazione che va dal disastro al mezzo sospiro di ollievo, ma comunque pare destinato a gettare un’ombra sul prosieguo dell’azione di governo che nessuna riforma del Senato o della legge elettorale può diradare in maniera netta. Di questo, per forza di cose, dovranno parlare Cav e premier, oltre alle clausole più o meno confessabili di cui si chiacchiera da giorni. Sotto un ottimismo che per certi versi ricorda quello di Berlusconi, Renzi sa benissimo che un mezzo punto percentuale di Pil in più o in meno cambia eccome, se non nell’autocoscienza popolare, di certo nei numeri con cui deve fare i conti giorno per giorno. Per questo nel Patto del Nazareno 2.0 ci sarà una grossa clausola in caso di situazione fuori controllo per l’economia italiana. Paradossalmente il più debole dei contraenti, quello pregiudicato, ha un punto a favore: la permanenza all’opposizione non lo costringe a mettere la faccia sullo «stress test» dell’esecutivo, e gli permettere di prendere le distanze da una eventuale Caporetto dei conti pubblici causata dall’azione non efficace di Renzi & C. Ma concretamente cosa può accadere, e che tipo di contromisure possono adottare Berlusconi e il premier? L’ipotesi di «soccorso azzurro» e di ingresso nella maggioranza che agita quelli che un tempo venivano detti «falchi» del partito è lo specchio dell’eventualità di una sorta di emergenza nazionale che potrebbe aprirsi con un progredire del trend stagnante dell’economia. Un andamento tale da costringere a nuove manvore pesanti, e a porre il Paese di fronte all’alternativa che lo strema almeno dal 2011: tagli veri o altre tasse, i cui effetti si sono manifestati? A quel punto, la stessa maggioranza che sosteneva Enrico Letta avrebbe spalle sufficientemente larghe per prendere provvedimenti che la ventata di novità renziana sembrava aver allontanato? La polveriera di dissidenti, filo-Cgil, Ncd, minoranze varie, avrebbe la forza di imporre nuovi carichi fiscali o di prendere le forbici come non è riuscita a fare fin qui? In questo scenario da brivido, non certo auspicabile ma obiettivamente possibile, l’Italia rappresenterebbe un crinale non solo per sé ma per tutta l’area euro, che tornerebbe a rischio dissoluzione. E allora gli scombinati vaticini di Eugenio Scalfari che domenica scorsa ha di fatto invocato l’arrivo della troika a commissariare il governo di Roma potrebbero non essere così strampalati. I voti di Forza Italia potrebbero essere preziosi per il via libera a misure d’emergenza, più «di destra» che «di sinistra», e forse questa carta sarebbe per Berlusconi più conveniente rispetto all’azzardo di elezioni anticipate che rischierebbero di riportare la situazione più o meno al punto di partenza, anche con una nuova legge elettorale. Ultimo aspetto di questa congiuntura drammatica: il Colle. L’accelerazione che il premier vuole in questi giorni sulle votazioni in Senato può costituire il preludio all’annunciatissimo ritiro di Giorgio Napolitano, che ha più volte legato il suo passo d’addio a un deciso incardinamento del cammino delle riforme. Se questo frangente dovesse verificarsi mentre il barometro dell’economia volge al peggio, il nome «condiviso» da Berlusconi e Renzi sarebbe quasi obbligato: Mario Draghi. Ovviamente, purché siano d’accordo il diretto interessato e l’attuale inquilino del Quirinale. Ma le alternative a quel punto sarebbero praticamente assenti. di Martino Cervo

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