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Giorgio Napolitano, così a Londra e New York lo vogliono detronizzare

di Ignazio Stagno domenica 25 maggio 2014

4' di lettura

Luigi Mazzella è vicepresidente vicario della Corte Costituzionale. Ma è stato anche ministro (della Funzione Pubblica nell’ultimo governo Berlusconi) oltre che autore di numerosi articoli e saggi di politica. Lunedì festeggerà 82 anni e da poco è uscito il suo «Euro crash, cinquanta ipotesi di incerto futuro» (Armando Curcio Editore, 367 pp, 18,9 euro), sotto forma di intervista raccolta dallo scrittore ed editore Sandro Gros-Pietro. Dal titolo viene da pensare che sia il solito volume sulle sfide che l’euro e l’Unione europea ci impongono. In realtà è una delle più lucide guide per un politico per portare l’Italia gli italiani fuori dalla crisi. Il mondo occidentale sta andando verso la de-industrializzazione. L’eurozona continentale cerca di resistere, difendendo un manifatturiero ormai non più competitivo e posti di lavoro anacronistici. Il primo mondo, come lo chiama Mazzella, ovvero Gran Bretagna e Stati Uniti hanno tracciato la via, attraverso un percorso iniziato con le riforme di Margaret Thatcher e Ronald Reagan: il futuro è del terziario, dei servizi e dell’industria (oltre che dell’agricoltura) d’eccellenza. Chi si oppone - la sinistra in primis - si vedrà espulso dalla scena politica. LA RIVOLUZIONE ANGLOSASSONE Viene da chiedersi: ma allora è vero che il mondo è guidato da una sorta di Spectre internazionale? No, sostiene il vicepresidente della Consulta, perché il potere della finanza è figlio di un accumulo della ricchezza da parte di imprenditori tradizionali, i quali hanno puntato su altre attività (banche, assicurazioni, tecnologia, grande distribuzione, etc…) per continuare a guadagnare. Questo fenomeno, partito negli Usa e a Londra, sta tentando di rivoluzionare la vecchia Europa. Come? Qui entra in campo la politica. I tycoon anglosassoni puntano sulle forze politiche che mantengono «in stato di fibrillazione la vita parlamentare e amministrativa». Parlamenti ed esecutivi «incapaci e inefficienti sono preferiti a governanti e deputati che sfornano provvedimenti abborracciati nell’intento di ritardare il processo di de-industrializzazione». Ai boss di New York piace anche il movimentismo, ma alla fine è destinato a spegnersi, quindi meglio il tradizionale moderato. Tipo Matteo Renzi. Il premier però ha un problema: nel suo partito ci sono troppi ex comunisti. Soprattutto c’è un cordone ombelicale con la Cgil: «la Trimurti italiana è invidiata da tutte le organizzazioni sindacali dell’Occidente intero, per il peso che riesce a esercitare sulla vita politica italiana». E poi ci sono i «giudici, così sensibili ai problemi sociali, che utilizzano le norme dello statuto dei lavoratori in modo tanto rigoroso da imporre ai datori di lavoro di riprendere in fabbrica i lavoratori ingiustamente licenziati, anche dopo averli abbondantemente risarciti». La sfida di Renzi - che è già andato all’attacco di Cgil e Confindustria - è insomma molto difficile, mentre è apparentemente più facile in Francia - almeno agli occhi della grande finanza che parla inglese - per Marine Le Pen. Il modello statalista transalpino però non è flessibile. Serve qualcosa in più dunque per trasformare Italia e Francia. Ecco spiegato «l’attacco» partito dalle centrali del potere mondiale «a Hollande e Napolitano. Entrambi, infatti sono ritenuti epigoni di quella politica di sinistra sconfitta dalla storia, ma tuttora in grado di contrastare e di frapporre ostacoli all’Europa continentale, al processo di de-industrializzazione». In particolare in Italia la situazione è ancora più complicata dalla crisi del centrodestra. E allora, sostiene Mazzella, i big di New York e Londra hanno due modi per «detronizzare» l’inquilino del Quirinale: a) «determinare l’attacco decisivo al berlusconismo inteso non tanto come movimento politico, ma come ultimo baluardo contro l’egemonia di tipo monopolistico dell’informazione, ritenuta necessaria per il dominio completo, almeno in Occidente, del cosiddetto primo mondo e sperare che la diaspora moderata porti benefici elettorali a Grillo (con il solo fine di destabilizzare le istituzioni)». b) «cambiare rotta e puntare sui leader di tutte le forze moderate disponibili e portare a compimento l’opera di disintegrazione della sinistra euro-continentale». UN PROGRAMMA IN DIECI PUNTI Che fare? Occorre «un programma di rinascita», precedeuto da una legge elettorale «proporzionale» e ritrovare uno spirito «costituente». E, subito dopo, e attuare dieci punti subito, in modo da far uscire l’Italia da una crisi politica, economica e valoriale, in sintonia con la direzione che sta prendendo il «primo mondo». Ecco i punti: 1) «Favorire e non ostacolare le misure che possono consentire nell’eurozona il passaggio dalla società industriale a quella dei servizi e dei manufatti eccellenti». 2) «Disciplinare i flussi immigratori italiani in modo da consentire un’utilizzazione di nuova manodopera esclusivamente nei settori in crescita». 3) Far conoscere ai boss di New York e Londra che siamo «favorevoli alla de-industrializzazione». 4) «Favorire lo sviluppo di imprese volte alla creazione di prodotti di assoluta eccellenza». 5) «Agevolare la delocalizzazione». 6) Aprire le porte a «grandi catene alberghiere, mondialmente collegate. Creare grandi resort soprattutto al Centro-Sud». 7) «Realizzare infrastrutture», ma non la Tav (legata a interessi industriali), bensì «strade che valorizzino località amene o ricche di bellezze artistiche, archeologiche, architettoniche, storiche». 8) «Promuovere a livello europeo l’uguaglianza e l’omogeneizzazione del trattamento economico e dello statuto giuridico dei dipendenti pubblici». 9) «Privatizzare», ad esempio, «la giustizia civile e amministrativa attraverso la mediazione conciliativa e l’arbitrato». Ma anche «l’insegnamento scolastico, escluso quello dell’obbligo», con sgravi fiscali, e «il sistema assistenziale e previdenziale». 10) «Ridare forza al principio della separazione dei poteri». di Giuliano Zulin

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