Il guitto di Putin, Vladimir Solovyev, ha attaccato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Lo scenario che ieri avevo cominciato ad abbozzare dopo l’assalto a Giorgia Meloni si è materializzato. La Russia in 48 ore ha preso di mira il Quirinale e Palazzo Chigi con un’operazione di «disinformatia» coordinata con l’agenda politica italiana e internazionale. Il Cremlino gioca la partita dell’influenza in un anno elettorale, sostiene con la propaganda i partiti filo-russi e pronti all’abbraccio con la Cina, così cerca di ribaltare la partita vera, quella in Ucraina.
Indebolire l’Italia, mandare a casa nel voto del 2027 il governo Meloni è un obiettivo primario del Cremlino, significa porre le basi per uno sfaldamento del fronte politico e militare che sostiene Kiev. La scacchiera dei russi è quella di un impero. Si vota anche negli Stati Uniti, in novembre ci saranno le elezioni di mid-term e - a dispetto di quanto si scrive con lenti ideologiche - al Cremlino fa comodo un Trump trasformato in un’anatra zoppa, senza la maggioranza al Congresso, con un problema non risolto di successione e candidato nelle presidenziali del 2028.
Sul piano militare, l’impatto di una sconfitta di Trump a novembre e di un cambio di governo in Italia pochi mesi dopo, può cambiare la strategia della guerra, con gli Stati Uniti pronti a chiedere un impegno maggiore all’Europa, a sua volta indebolita e con un problema di prezzi energetici e inflazione. Putin cerca di guadagnare tempo, allungare la coda della crisi energetica innescata dalla crisi nello Stretto di Hormuz, prova a ribaltare la narrazione di una vittoria russa che non c’è. Gli attacchi di Solovyev sono la saldatura tra la Russia e i movimenti filo-jihadisti, il racconto della campagna militare di Mosca contro i «nazisti» di Kiev è parallelo all’epica terroristica della «resistenza» di Hamas, Hezbollah e dei Pasdaran contro i «nazisti» israeliani.
Questa tragica riscrittura della storia è destinata a materializzarsi domani nelle manifestazioni del 25 aprile, macchieranno la festa della Liberazione. Perfino alla Biennale d’Arte di Venezia questo cortocircuito è visibile, con la decisione della giuria di non premiare gli artisti russi e israeliani, perché appartenenti a paesi «i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale». Siamo di fronte non solo all’incredibile equiparazione tra una dittatura e una democrazia, ma al silenzio sulle imprese del regime iraniano. Non è cultura, non è arte, è grave confusione morale.