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Gregoretti, Pietro Senaldi: "Perché alla sbarra potrebbero finire M5s e Pd, non Matteo Salvini"

di Caterina Spinelli domenica 26 gennaio 2020

4' di lettura

«Ci sono momenti nei quali per arrivare alla libertà bisogna passare dalla prigione». La vicenda della Gregoretti e dell' incriminazione di Matteo Salvini per sequestro di persona per aver impedito per quattro giorni lo sbarco di 130 profughi è grottesca. Per illustrarla, l' ex ministro dell' Interno prende in prestito le parole di Giovannino Guareschi, uno dei più grandi umoristi e caricaturisti italiani. Lo scrittore e giornalista emiliano ebbe almeno la soddisfazione di essere spedito in carcere da Alcide De Gasperi, un gigante, che si assunse la piena responsabilità del proprio comportamento. Riteneva che Guareschi lo avesse diffamato e procedette contro l' intellettuale. «Se il carcere l' ho fatto io, può farlo anche lui», commentò lo statista della Dc il giorno della sentenza di condanna. Il leader della Lega invece è perseguitato da nani politici. Il premier Conte, che nell' identica vicenda della motovedetta Diciotti sostenne il suo vice, autodenunciandosi e votando in Parlamento contro il processo, oggi lo vuole a giudizio, incurante del fatto che solo i dittatori trascinano alla sbarra il capo dell' opposizione. Come il presidente del Consiglio si comportano parlamentari e ministri grillini, complici della politica sull' immigrazione della Lega nello scorso governo, non essendovisi mai opposti, neppure a parole. Il Pd viceversa ha sempre criticato l' ex ministro per i casi Diciotti e Gregoretti, definendo razzista e xenofoba la sua azione politica e plaudendo alla sua incriminazione. Ieri però ha fatto sega in commissione parlamentare. Temeva che un suo voto a favore del processo avrebbe potuto danneggiare il candidato dem in Emilia-Romagna, dove domenica si sceglie il governatore. Abbiamo trovato il collante tra M5S e Pd oltre alle poltrone. È il rifiuto di assumersi le responsabilità delle proprie azioni e il vizio di piegare i princìpi e l' onore alle esigenze della tattica politica. I grillini e il premier, pur di restare sul palcoscenico del teatrino di governo, cambiano opinioni e comportamenti a seconda delle esigenze dei burattinai che ne muovono i fili. I dem si adoperano per abbattere per via giudiziaria il nemico che li sconfigge nelle urne ma non sono disposti a rispondere di questo all' opinione pubblica. Leggi anche: Salvini, insulti di Marco Travaglio e Vauro in prima sul Fatto: "Budino sfatto, pagliaccio" CORTOCIRCUITO Salvini osserva lo spettacolo, fa buon viso a cattivo gioco e sfida: «Arrestatemi, scriverò le mie prigioni». Queste le parole con le quali il capitano ha dato indicazione ai senatori leghisti di votare in commissione a favore del processo, spiazzando la sinistra, che ora lo accusa. «Vuole fare il martire» denunciano indignati i compagni, «per vincere in Emilia-Romagna». Urge riavvolgere il nastro e chiarire qualcosa, per non perdere l' orientamento travolti dal cortocircuito nel quale è finita la sinistra. Salvini fino a ieri non aveva mai chiesto di essere processato e, quando ha impedito lo sbarco ai profughi della Gregoretti, non cercava un martirio giudiziario; era convinto di agire nell' interesse dell' Italia e nel pieno dei propri poteri di ministro dell' Interno. Se proprio vogliamo dirla tutta, questo giudizio il leader della Lega se lo risparmierebbe volentieri, però sa di non poterlo evitare, perché il voto decisivo per mandarlo alla sbarra non era ieri in commissione bensì sarà a febbraio, dopo la consultazione emiliano-romagnola, nell' aula del Senato, dove M5S e Pd hanno la maggioranza e non avranno pietà di lui. Ieri Matteo ha fatto harakiri, ma in sostanza ha solo anticipato quel che il Parlamento deciderà e che non avrebbe potuto evitare. La mossa mediaticamente non è facile da spiegare, se non con il delirio che avvolge tutta questa vicenda, che non ha mai avuto nulla di penale ma è esclusivamente politica, e con il fatto che il leghista ha voluto togliere un argomento alla campagna elettorale dei rivali. Ancora più grottesco del processo è che ora la sinistra critichi Salvini perché, malgrado abbia acconsentito a farsi processare, si protesta innocente e cerca di volgere sul piano politico una posizione che ha assunto in coerenza con quanto va dicendo da sempre in tema di immigrazione. PENTITI? Se pentastellati e dem si sono pentiti della campagna anti-Lega sui clandestini e pensano che processare Salvini si rivelerà un boomerang elettorale, non hanno che da votare per il proscioglimento del leghista, privandolo così di quello straordinario vantaggio che sostengono sia finire sotto processo. Oppure potrebbero addirittura decidere di finire loro alla sbarra e verificare se è una buona via per conquistare l' Emilia-Romagna; i grillini e Conte autodenunciandosi come fecero con il caso Diciotti, il Pd denunciando la ministra Lamorgese, successore di Matteo al Viminale, per aver trattenuto dieci giorni i profughi a bordo della nave di una ong in concomitanza con il voto dello scorso ottobre in Umbria. Il balletto sull' incriminazione di Salvini ha imbarazzato anche intellettuali molto vicini ai Dem. Paolo Mieli sul Corriere della Sera ha invitato Zingaretti e compagni a non nascondersi dietro un filo d' erba. Gli italiani sanno bene che il Pd è pro immigrati e aver saltato il voto su Salvini in commissione non cambierà il loro giudizio sul partito. Ilvo Diamanti su Repubblica è stato ancora più pesante, invitando il partito a sciogliersi, visto che disertando la decisione sulla Gregoretti ha rinunciato ai propri valori. L' unico senza dubbi è il solito Gad Lerner, che accusa il segretario leghista di vittimismo, perché tanto non è detto che sarà condannato, visto che gli estremi del reato sono fumosi. Siamo d' accordo, ma allora che senso ha processarlo? Uno solo, dargli scacco politicamente. Legittimo, anche se scorretto, ma non si può negare al leghista il diritto di difendersi politicamente e con i voti oltre che in Aula. di Pietro Senaldi

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