(Adnkronos) - Siccome le banche non possono prestare soldi a tassi inferiori a quanto costa loro raccoglierli, perche' fallirebbero, il costo del funding si riverbera sugli impieghi. Il che significa che le aziende italiane, notoriamente bancocentriche (l'85% delle risorse finanziarie delle imprese italiane viene dagli istituti di credito, rispetto al 65% della media europea e al 30% degli Usa), ottengono e otterranno, se le cose non cambiano alla svelta, denaro dalle banche a tassi molto piu' elevati rispetto ai concorrenti tedeschi o olandesi. Cosa che comporta un ulteriore fardello sulla loro competitivita', gia' gravata da mille altri fattori, endogeni ed esogeni. Il problema, spiega Ghizzoni entrando nel merito, "e' che le banche hanno uno stock di liquidita': ogni giorno scade il vecchio ed entra il nuovo. A noi scade liquidita' fatta nel 2007-2008-2009 a costi di 20-30-50 punti di spread, che progressivamente viene sostituita da nuova liquidita', la quale entra a spread piu' alti. Quindi, la media del costo della raccolta in realta' si sta alzando. Per questo gli spread devono scendere, per evitare che la media si alzi troppo". In pratica, la discesa dello spread rispetto ai livelli record dell'anno scorso non e' sufficiente. E' una questione di medie: "Un anno fa - spiega ancora Ghizzoni - avevamo lo spread a 570 punti, ma avevamo molta piu' liquidita' a 50 punti base. Adesso lo spread e' a 290, ma abbiamo meno roba a 50 basis points, come sistema bancario. Prima vanno giu' gli spread, meglio e', perche' cosi' si evita di alzare la media del costo del funding e di caricare costi sulle aziende, paradossalmente, anche in presenza di spread piu' bassi. Per questo continuo a dire che non c'e' tempo da perdere su questo tema". (segue)