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Silvio, hai fatto il tuo tempo: l'Italia è cambiata

"Caro Cavaliere, nessun postino suona quattro volte. Il Belpaese che ti aveva abbracciato non c'è più"
di Andrea Tempestini domenica 24 giugno 2012

4' di lettura

  No, in politica come in ogni altra cosa della vita il postino non bussa mai quattro volte. Lo dico rivolgendomi a un Silvio Berlusconi le cui parole e sorrisi più recenti sembrerebbero alludere a un suo ritorno alla prima linea della politica. Basterebbe che gli elettori gli dessero il 51 per cento a una nuova tornata elettorale, ha detto, ed eccolo pronto alla pugna. Quella di rappresentare «l’intero mondo moderato», il mondo ampio e variopinto che non ci sta ad assistere al probabilissimo trionfo delle sinistre alle prossime elezioni.  Berlusconi sembrerebbe così smentire i suoi atteggiamenti  e vezzi di pochi mesi, di quando aveva detto un sì convinto al governo di Mario Monti. Gli atteggiamenti di un capo politico che è arrivato al capolinea e passa il testimone ad altri, e questo perché la sua storia si è compiuta e consumata in un tempo durato non molto meno di quello che era durato il tempo di un Benito Mussolini, per dire di uno che non è stato un protagonista da due soldi.  No, Berlusconi ci vuole riprovare. Bussa ancora postino, bussa per la quarta volta. Ebbene la mia opinione è che il quarto ritorno di Berlusconi (dopo le vittorie del 1994, del 2001 e deel 2008) è del tutto fuori dalla realtà. Lui fosse ancora lo stemma del mondo moderato al prossimo scontro elettorale, l’ottenere il 51 per cento dei consensi non starebbe né in terra né in cielo. Da dove averli quei milioni e milioni di voti? Oggi il Pdl vale nettamentte meno del 20 per cento dei consensi, della Lega non si hanno più notizie certe (probabilmente stenterebbe ad arrivare al 5 per cento), gli ex An sono in quote minimali un po’ dappertutto e da nessuna parte, una quota dell’elettorato di centro destra s’è preso un week-end di turismo esotico pur di andare a votare a favore delle bestemmie di Beppe Grillo. In tutto questo coacervo e parapiglia non c’è un minimo di proposta e di identità politica, e a non dire che il Berlusconi di oggi è molto lontano dal Berlusconi di un tempo che trasformava in oro tutto quello che toccava, dalla televisione commerciale al Milan alla politica dei moderati.  Quali sono le sue proposte e annunci dell’oggi? Uscire noi italiani dall’euro con l’aria furba di chi la sa lunga, o mettere in ginocchio la Germania perché esca lei dall’euro? Le barzellette sono una cosa, la politica un’altra. E quanto alle barzellette, il Grillo di oggi è imbattibile. Non c’è sparata che gli sia preclusa e anche se il suo team a Parma sta già per scivolare nel grottesco. Quanto alla leadership dei moderati, sul Libero di ieri il prode Gian Luigi Paragone ha scritto che «tutti i vertici dell’attuale Pdl messi assieme non valgono mezzo Berlusconi logoro». L’amico Paragone mi perdoni, ma detto così non vale niente. Il punto non è se sia quello o quell’altro leader del centrodestra a prendere cazzottoni in faccia alle prossime elezioni. Il punto è se sì o no il centrodestra è in grado di ricostruirsi una storia e una identità da spendere negli anni futuri. Il punto è se sì o no un centrodestra presentabile debba avere le stesse connotazioni genetiche di quello del 1994. Talmente ovvio che no. Le mappe del 1994 sono saltate per aria. L’Italia atta ai moderati del 2012 o 2013 non può non essere un’Italia responsabile, che sappia vivere il momento economicamente dolorosissimo che è di tutto l’Occidente, che rinunci a gridare un giorno sì e l’altro pure che le tasse vanno abbassate, che rinunci a suscitare l’avversione frontale del mondo sindacale e delle culture a quel mondo annesse. Lo schieramento dei moderati targati 2012-2013 non può non essere il frutto commisto di storie ed esperienze politiche diverse da quelle che erano giunte a maturazione nel 1994. Tanto è vero che qualcuno ha fatto il nome di Matteo Renzi come leader possibile di questa coalizione, e non è vero affatto che quell’indicazione fosse uno strafalcione nudo e crudo. Gli elettorati tutti sono soggetti in questo momento alla spinta di correnti immigratorie. Più nessuno ha «giurato» per sempre la sua appartenenza all’una o all’altra fazione. Nomi come quelli di Renzi, di Casini e del suo Terzo Polo, dei leader dei sindacati non-Cgil, magari dello stesso Luca Cordero di Montezemolo sono nomi indispensabili a connotare una possibile coalizione dei moderati. Non è un’utopia, è un puro realismo politico. L’Italia dei partiti deve essere all’altezza della tragedia che stiamo vivendo, un mondo in cui non c’è più una mattonella che stia al suo posto e che sia sicura di restarci. Ci stiamo giocando il futuro, ci stiamo giocando la sopravvivenza come società industriale. Altro che ripresentare tali e quali le icone di un mondo scomparso. Berlusconi non se l’abbia a male, ma lui è una di quelle icone. Di lui si occuperanno i libri di storia, fatti certamente di una pasta molto diversa da quella degli editoriali furenti dei giornali che si sono conquistati lettori a furia di vomitare insulti su Berlusconi. E purché non sia quel volto, quell’icona, a contrassegnare la lotta partitica che fra pochi mesi rischia di mandare a picco l’Italia. di Giampiero Mughini  

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