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Mario Draghi, il tam tam nel governo: il premier sta per mollare. Quando darà le dimissioni

Fabio Rubini

Il tam tam si fa sempre più forte, soprattutto nei corridoi del Mef- il Ministero di economia e finanza -. Si dice che l'improvvisa impuntatura di Mario Draghi sulla legge di delega fiscale, con un braccio di ferro mai visto con Lega e Forza Italia, risponda a un piano ben preciso del premier. Quale? Approvare in anticipo sui tempi la finanziaria per poi dimettersi in agosto. In questo modo Draghi eviterebbe gli ultimi mesi di legislatura, che si preannunciano logoranti per il suo governo e per la sua figura. A settembre verranno al pettine tutti i nodi della crisi economica e la tensione tra le variegate anime che compongono questo governo di larghissime intese rischia di esplodere in tutta la sua potenza.

Un tam tam che nemmeno il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, si sente di scartare. Intervenendo alla scuola politica della Lega a Milano, Molinari parlando del ritorno in piazza di Berlsuconi e dell'unità del centrodestra, si lascia scappare una frase sibillina: «Una Forza Italia più forte aiuterà il centrodestra a vincere alle imminenti amministrative e tra pochi mesi alle politiche...». E ancora: «A Roma c'è una strana congiuntura che porta verso il voto anticipato. Se ne discute...».

Nonostante questo non sarà la Lega a provocare la crisi anche se, chiosa Molinari «Noi siamo entrati al governo per frenare le follie dei cinquestelle e per impedire alla sinistra di aumentare le tasse. Sulla prima ci siamo riusciti, sulla seconda non molleremo la presa. Non possiamo permetterci di cedere». Una tesi che va a braccetto con quella espressa poco prima dallo stesso palco dal sottosegretario alla transizione ecologica Vania Gava: «Rimarremo al governo come baluardo contro le tasse. Poi si andrà al voto e finalmente avremo un esecutivo di centrodestra».

 

 

Nella tavola rotonda che vedeva come protagonisti anche i governatori Attilio Fontana (Lombardia), Luca Zaia (Veneto) e il presidente della provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, si è anche parlato degli effetti sull'economia della guerra in Ucraina, dei fondi del Pnrr e del processo per l'autonomia regionale. Zaia ha ribadito che «la soluzione alla crisi ucraina non sono le armi, ma la pace da ottenere tramite la diplomazia. Invece alla giusta condanna di Putin vedo un sacco di discorsi muscolari che mi fanno pensare che non tutti vogliano la pace» e ricorda la «straordinaria prova dei veneti che hanno messo a disposizione 13mila posti letto in abitazioni private». Poi punta l'attenzione sulla crisi: «Gli ultimi fermi produttivi li avevano visti i nostri nonni. Oggi invece ci sono aziende - soprattutto cartiere e acciaierie - che preferiscono non produrre perché, pur avendo gli ordini, è più conveniente per loro fermare gli impianti». E insieme a Molinari loda il governo «che si è mosso bene sulla vicenda dell'embargo del gas».

 

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Fontana invece, parlando di crisi, chiarisce che «la Lombardia è stata la prima regione ad aver messo a terra i fondi del Pnrr per incrementare la sanità territoriale, che non è entrata in difficoltà solo in Lombardia, ma in tutta Italia». Ma i fondi basteranno? Per Fugatti no: «Fatto 100 il valore dei cantieri, per chiuderli ci vorrà un ulteriore 20%. Dove prenderlo? Da quelle regioni - al sud - che hanno ricevuto più fondi». Anche sull'autonomia il coro è unanime. Dopo che Fugatti ha spiegato che «il 75% delle nostre tasse resta sul territorio» e che Molinari ha ricordato come «il governo Conte bis ha affossato l'autonomia», è stato Fontana a fare la chiosa: «Possiamo arrivarci, ma solo con un governo, anche regionale, di centrodestra».