Psicodramma-Pd

Enrico Letta, Dagospia: "Chi lo ha incontrato in queste ore..."

Il dopo-tracollo elettorale di Enrico Letta è forse peggio della sua deprimente e monotematica campagna elettorale. A svelarlo, con la solita punta di veleno, è un Dagoreport di Dagospia, secondo cui "Chi incontra Enrico Letta in queste ore post disfatta scopre quello che è sempre stato: un democristiano alla continua ricerca di un accordo". Il segretario ormai uscente del Pd già all'indomani del 19% che ha sancito il fallimento della sua strategia (un fallimento iniziato con le porte chiuse a Giuseppe Conte e il M5s dopo la crisi di governo e proseguita con la rottura con Carlo Calenda) aveva accusato proprio Conte di essere la causa della vittoria di Giorgia Meloni e della destra. E anche con i più stretti collaboratori, scrive Dagospia, Letta "piagnucola: 'Che potevo fare? Avevo la parole di Conte che avrebbe votato la fiducia al governo Draghi. Avevo la parola e il bacio di Calenda a fare coalizione col Pd…'". Appunto. 

 

 

 

 

Molti autorevoli commentatori d'area, da Massimo Cacciari a Giuliano Ferrara, l’hanno contestato proprio per l'incapacità di fare il leader, non il frontrunner ma l'uomo che doveva cucire i rapporti con alleati tanto diversi. Un ruolo che a sinistra è riuscito a ricoprire solo Romano Prodi, a suo tempo. Con risultati elettorali ottimi, e scadenti esiti una volta al governo. "Mettere su un rassemblement alla francese, privo di accordi politici, per fronteggiare l’ascesa della destra a Palazzo Chigi è stato impossibile per l’opposizione dei 5 Stelle", si starebbe difendendo Letta con i suoi uomini.

 

 

 

 

Non solo questo, però: "L’amarezza di Enrichetto diventa tristezza nel vedere che nella Banda dei Quattro (Bettini, D’Alema, Travaglio e Casalino), cerchio magico intorno alla Pochette di Conte, brilla un esponente del partito come Goffredone e l’ex compagno Baffino che nutre livore verso i dem", prosegue il retroscena di Dagospia. A gennaio, quando si svolgerà il Congresso della resa dei conti, il Pd dovrà scegliere se cospargersi il capo di cenere e tornare in ginocchio da Conte oppure proseguire sulla disastrosa linea-Letta di un orgoglioso isolamento in stile "maggioritario" (impossibile). E intanto nel toto-segretario spuntano altri due nomi. Due sindaci: Matteo Ricci, il pesarese che era stato folgorato dal renzismo a suo tempo, e l'eterno Beppe Sala. Uno che coi 5 Stelle ha deciso di chiacchierare molto spesso.