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Covid e zona rossa, il processo è una farsa: indiscrezioni dalla procura

di Claudia Osmetti domenica 5 marzo 2023

4' di lettura

Che poi, alla fine, il punto è sempre quello: è facile parlare adesso. Fare la voce grossa, addirittura aprire i faldoni in procura. Eh-se-a-Nembro-la-zona-rossa-fosse-stata-fatta-prima. Eh-se-avessero - c h i u s o - A l z a no-con-mezz’ora-d’anticipo. Eh-signora-mia-non-c’è-stata-lungimiranza. No, non c’è stata. Ma perché, nel 2020, anzi: nel febbraio del 2020, quel pandemonio che sarebbe diventato pandemia di lì a poco doveva ancora esplodere. L’ha scritto bene Mattia Feltri, ieri mattina, nel suo Buongiorno in prima pagina su La Stampa. Ha scritto: «Potremmo noleggiare una bella corriera e andare a costituirci (al palazzo di giustizia di Bergamo, ndr) per concorso esterno in strage colposa». Ha pure messo assieme un elenco di prese di posizione, dichiarazioni e appelli che, tre anni fa, non hanno risparmiato anima viva. Ma siccome ci si lamenta sempre che il nostro è un Paese dalla memoria corta, anche noi, qui a Libero, siamo andati a spulciare le cronache dei primi giorni di emergenza sanitaria.

IL BESTIARIO
Ne è venuto fuori un elenco che, a seguire il suggerimento di Feltri, rischia d’intasarla, la procura bergamasca. C’erano mica solo i duo Conte-Speranza o Fontana-Gallera. C’era mezza Italia sul chi-vive (con l’altra metà che aveva già cambiato idea tre volte in due giorni). C’erano le Sardine di Mattia Sartori (lui oggi sorride a braccetto con la neo-segretaria del Pd Elly Schlein) che le Ffp2 non volevano vederle nemmeno dipinte perché «ci sono virus di gran lunga più pericolosi» del Sars-cov2 e si erano inventate la campagna “L’unica mascherina utile è quella della cultura”. Si facevano fotografare con un libro sulla faccia: #Nonfarticontagiare.

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Che facciamo, pm di Bergamo? Tiriamo dentro anche loro nel calderone della maxi-inchiesta sul Covid? E tiriamo dentro anche il sindaco di Milano Beppe Sala che tuonava, quel 28 febbraio maledetto, dopo aver riproposto sui suoi social lo slogan “Milano non si ferma”: «Riapriamo»? E a Nicola Zingaretti, che era il segretario del Pd, il primo a buscarsi il virus tra i politici nazionali, tra l’altro fotografato sui Navigli milanesi durante un aperitivo di quelli della serie “abbraccia un cinese” (c’è stato pure quel filone, eccome se c’è stato), che se n’era uscito candidamente con un «bisogna seguire le indicazioni della scienza, ma ora serve dare un segnale e approvare in fretta provvedimenti per riaccendere l’economia»: ecco, a Zingaretti un avvisuccio di garanzia, no? Non glielo mandiamo? Oppure a Matteo Salvini: «Riapriamo tutto quello che c’è da riaprire. Adesso». O a Giorgia Meloni (allora all’opposizione), via Twitter: «Appello ai turisti di tutto il mondo: le immagini che vi arrivano dalla nostra nazione non raccontano il vero, non rinunciate alla nostra meta turistica».

Erano tutti conniventi? Dài, siamo seri. Virginia Raggi, ex sindaco di Roma: «Non c’è un’emergenza coronavirus» anche se «l’attenzione va tenuta alta, monitoriamo l’evolversi della situazione», Corriere della Sera del 26 febbraio 2020. Dario Franceschini, allora ministro della Cultura per i democratici: «Riaprire i luoghi della cultura è il primo segnale di ripresa e di uscita dalla crisi», Repubblica del 27 febbraio 2020. Giovanni Toti, governatore della Liguria, Italia al Centro, in una diretta Facebook, lo stesso giorno: «Penso che si possa ragionare di un lento ritorno alla normalità». Francesco Boccia, ex ministro per gli Affari regionali in quota Pd, intervistato sul Corsera da Monica Guerzoni, era il 29 febbraio (perché quel dannato 2020 era pure bisesto) e in merito all’ordinanza del governatore delle Marche Luca Ceriscioli, peraltro anche lui del Pd, che voleva chiudere le scuole: «Comportamenti alla John Wayne dei poveri aumentano il caos».

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ELENCO INFINITO
Dario Nardella, sindaco di Firenze, sempre piddino, questa volta sulla decisione degli Usa di sconsigliare i viaggi in Italia: «Misure che mi lasciano perplesso e che trovo sinceramente ingiuste, è un’altra mazzata». Dobbiamo continuare, dottori della procura? In quei giorni del balletto zona rossa sì zona rossa no Abi, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Lagacoop, Rete imprese Italia (che vuol dire Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti), ma anche la triade sindacale Cgil, Cisl e Uil (praticamente non mancava nessuno) hanno scritto un appello per «procedere a una rapida normalizzazione consentendo di riavviare tutte le attività bloccate». Stessa cosa l’han fatta i sindaci di Codogno e dell’unica zona chiusa per davvero: «Ridateci il lavoro».

L’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio (ai tempi M5s), ancora sul nodo scuole diceva, il 27 febbraio: «In alcuni Paesi del mondo siamo finiti nelle regioni sconsigliate. Succede anche perché qualcuno decide di chiudere le scuole quando non ce n’è bisogno o dichiara l’emergenza quando non c’è». Spento il microfono la Farnesina rilasciava i dati che seguono: «In Italia è coinvolto dall’epidemia del coronavirus lo 0,1% dei Comuni. Le persone in quarantena rappresentano lo 0,089% della popolazione totale e il territorio italiano in isolamento è lo 0,01%». Robetta, insomma. Epperò la scienza, vero? Benissimo: un Walter Ricciardi d’annata, da due giorni consigliere del ministro della Sanità Roberto Speranza, in un intervista, di nuovo, al Corriere del 27 febbraio 2020. È sufficiente il titolo (poi la chiudiamo qua sennò andiamo avanti fino a Natale): «Riusciremo a contenere il virus, sovrastimati i casi postivi». Vedete, donne e uomini della procura di Bergamo, l’abbiamo messa anche un po’ sul ridere, ma da ridere c’è zero. Il fatto è che, in quelle settimane, regnava la confusione un po’ ovunque. E non si può indagare la confusione. Altrimenti non se ne esce.

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