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Meloni, sinistra in tilt per il video: "Torna l'istituto Luce, prove di regime"

giovedì 4 maggio 2023

3' di lettura

In Italia ormai è pieno allarme fascismo. L’ultima, inaudita prova: Giorgia Meloni ha girato un video. No, non è un’iperbole satirica delle posizioni democratiche e progressiste, ormai non riusciremmo a immaginarne una nemmeno volendo. È, piuttosto, la tesi copia&incollata ieri dal plotone di firme raffinate e meditabonde della gauche armocromista (non si sono sentiti prima, è spontaneo incedere del pensiero unico). Come spesso accade, quello della compagnia che la scrive meglio (quindi peggio, dal punto di vista dell’aderenza al reale) è Francesco Merlo su Repubblica, che risponde così alla lettera di un lettore indignato: «Il nostro piccolo, ironico fascistometro vibra dinanzi a questa ennesima smorfiatura dell’Istituto Luce». Sì, il videomessaggio diffuso sui social dalla premier per pubblicizzare il Consiglio dei ministri del Primo Maggio paragonato al manganello mediatico del regime, seppur tra smorfie, ironie, alzate di sopracciglio e tutto il kit lombrosiano a corredo della (presunta) superiorità morale degli editorialisti.

C’ERA UNA VOLTA SILVIO...
E allora è tutto un filosofeggiare sul «piano sequenza» criptofascista, erede della «scrivania di Sua Emittenza» nel 1994 (Marco Belpoliti, sempre su Rep.), che però almeno evocava «tutta l’autorità del manager», mentre Giorgia Meloni «è una donna sola al comando» che «parla camminando, come si usa nella realtà, o più spesso nei film», ed è vero, capita che nei film le persone parlino e camminino, a volte lo fanno perfino le donne, siamo a vette assolute di analisi prossemica. Il tutto per dirci che la destra è passata da Berlusconi (che da quando non è più il mazziere è oggetto di una rivalutazione per niente sospetta da parte del giornale che gli girava dieci domande sulle sue notti amorose) a «una Wanna Marchi un po’ più sobria». Insomma il video incriminato sta tra la nostalgia e la televendita, che poi in esso Meloni annunci un considerevole taglio delle tasse sul lavoro con beneficio tangibile specie per i redditi più bassi trascolora a dettaglio infinitesimo, perché le grandi firme chic concedono al gran circo cliccante che fingono di disprezzare la premessa maggiore: la dittatura della forma sul contenuto.

Specialista del genere è il sociologo della comunicazione (appunto) Massimiliano Panarari, che su La Stampa sparge certezze: «Meloni, si sa, non ama particolarmente le conferenze stampa». Pur sentendoci piccini di fronte a cotanta sapienza, non possiamo non notare che era il suo giornale a titolare, il 29 dicembre scorso, «Meloni, conferenza stampa record: 45 domande in 3 ore» (diciamo un po’ più impegnativo dei convenevoli sui nipotini che in genere scambiava coi colleghi il predecessore Mario Draghi). Eppure, per Panarari Giorgia predilige «l’armamentario della comunicazione istantanea e per direttissima» (mentre, si sa, oggi i leader sono soliti illustrare dettagliate piattaforme programmatiche durante i congressi di partito e rifuggono come la peste i social network) per «posizionarsi dentro gli spazi comunicativi tradizionalmente di pertinenza della sinistra» con la finalità di «neutralizzarli e convertirli in quelli che potremmo definire dei momenti interscambiabili». E dove vuole arrivare, quest’interminabile supercazzola massmediologica? Dai, che lo sapete: tutto ciò è un’inequivocabile prova del «disegno di egemonia culturale di questa destra afascista che rifiuta di dirsi antifascista».

FICTION
Se state componendo il numero del 118 nell’interesse del sociologo allucinato, sappiate che Michele Serra (qui, nel rimpallo dell’antifascismo lisergico torniamo su Repubblica) è arrivato a lamentarsi della «prontezza con la quale i telegiornali hanno rilanciato senza fare una piega quel prodotto», ovvero un messaggio del presidente del Consiglio su un importante pacchetto di norme governative, pensando fosse una notizia. Incredibile, Ventennio puro, in ogni caso “fiction”, come ha titolato Il Manifesto, che da buon “quotidiano comunista” è allergico al tema del lavoro, specie proletario. Sorge solo un dubbio: ma tutti questi resistenti contro la “fiction” meloniana, erano gli stessi che poco tempo fa pendevano dalle dirette Facebook notturne di un altro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, annotando entusiasticamente quali diritti costituzionali venivano amputati nei video vidimati da Rocco Casalino? Risulta anche a voi vero? Per forza, siete fascisti. 

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giorgia meloni
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