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Giorgia Meloni, elezione del premier con un vice: ecco il suo piano

di Fausto Carioti mercoledì 10 maggio 2023

4' di lettura

La «elezione diretta del presidente della repubblica» sul modello americano o francese, così come annunciata nel programma elettorale del centrodestra, è già uscita dal grande disegno di riforma costituzionale. Se a palazzo Chigi non lo dicono proprio in questo modo è per avere un margine di trattativa nel confronto con le opposizioni, ma è su altro che si ragiona per rendere più stabili e meno cagionevoli i governi italiani (68 in 77 anni, durata media un anno e un mese). Le ipotesi sul tavolo sono il premierato, ossia l’elezione diretta del premier, per il quale non esistono modelli di riferimento, e il cancellierato, ispirato al sistema tedesco, in cui il capo del governo è eletto dal parlamento, ma dispone di più poteri di quanti ne abbia il presidente del consiglio italiano. In ambedue i casi il capo dello Stato resterebbe una figura super partes, scelta dal parlamento.

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LA SOGLIA DEI DUE TERZI

Per capire quale stradale convenga imboccare, oggiGiorgia Meloni, assieme a pochi fidati tra cui il ministro per le Riforme, Elisabetta Casellati, e quello per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, incontrerà le opposizioni a Montecitorio. Si inizia alle 12,30, con la delegazione dei Cinque Stelle capitanata da Giuseppe Conte, e si finisce alle 18,30, con Elly Schlein e gli altri del Pd, in quello che sarà il primo faccia a faccia istituzionale tra le due leader. Ciriani assicura che nulla è stato già deciso: «Sulla formula si può ragionare, ma l’importante è che ci sia la volontà di collaborare».

Ciò non toglie che la Meloni abbia una spiccata preferenza per la più “robusta” delle due soluzioni, l’elezione diretta del premier, che vorrebbe rafforzare ulteriormente con l’innesto del “ticket”, preso direttamente dall’esperienza statunitense: lì ogni candidato alla Casa Bianca si presenta agli elettori assieme al proprio vice, che in caso di vittoria lo affiancherà per tutto il mandato e gli subentrerà in caso di impedimenti; la stessa cosa, mutatis mutandis, avverrebbe qui col capo del governo.

Come tutti i progetti, anche questo dovrà essere messo alla prova dei numeri: è possibile cambiare la Costituzione col consenso dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, evitando così che la riforma sia sottoposta a referendum? Non è indispensabile, ma è consigliabile, visto ciò che accadde a Matteo Renzi nel 2016. Azione e Italia viva sono favorevoli all’elezione diretta del premier e lo hanno ribadito ieri. Il problema è che i loro dieci senatori consentirebbero alla maggioranza di arrivare a quota 125, dunque dodici voti sotto alla soglia dei due terzi. Discorso simile alla Camera.

Le cose sarebbero molto diverse se il Pd o il M5S entrassero nell’operazione. Ma il Partito democratico non intende concedere alla leader di Fdi il ruolo di madre costituente, né accettare l’elezione diretta del capo dello Stato o del premier. Così, al termine della segreteria che si è riunita ieri, dal Nazareno hanno accusato il governo di parlare di riforme costituzionali solo «per distrarre l’attenzione dai temi che interessano le persone».
Pur di non restare chiusi da un accordo tra Meloni e Conte, però, la Schlein e i suoi hanno deciso di sedersi al tavolo e proporre un modello simile al cancellierato, che prevede la sfiducia costruttiva (impossibile mandare a casa un esecutivo senza dare la fiducia a quello successivo) e assegna al capo del governo il potere di nominare e revocare i ministri.

Nell’ennesimo tentativo di imitare i grillini, però, Davide Baruffi, responsabile Enti locali del Pd, ha annunciato che l’ultima parola l’avranno i tesserati al partito: «Credo che coinvolgeremo gli iscritti sul tema delle riforme». Anche i Cinque Stelle sono disponibili, tutt’al più, a fare piccoli ritocchi «chirurgici» alla Costituzione: nessuna elezione diretta del premier e tantomeno del presidente della repubblica.

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L’ambizione, insomma, spinge la Meloni verso il premierato, ma la cautela e il pericolo rappresentato dal referendum le suggeriscono di accordarsi con Pd e M5S su qualcosa di più blando. Almeno a parole, però, il governo è pronto a sfidare il giudizio degli elettori. La linea di Matteo Salvini è quella degli altri ministri: «Se qualcuno continuerà a dire no a qualsiasi proposta, alla fine saranno gli italiani, con un referendum, a metterci il timbro». Qualunque sia la scelta, dovrà essere accompagnata da una legge elettorale coerente col nuovo sistema istituzionale. La decisione del governo potrebbe arrivare già il 17 maggio, al convegno di costituzionalisti presieduto da Giovanni Pitruzzella che si svolgerà nel “nuovo” Cnel di Renato Brunetta, alla presenza del ministro Casellati. Il testo base della riforma dovrebbe uscire in quell’occasione. 

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