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Perché si deve indagare sul Covid in Italia

di Corrado Ocone sabato 17 febbraio 2024

Conte e Speranza

3' di lettura

Dopo tante polemiche e una prevedibile bagarre in Aula, la commissione parlamentare d’inchiesta è stata alla fine istituita. Si limiterà ai soli aspetti politici della gestione della pandemia, toccando alla magistratura indagare su eventuali reati commessi in quella tragica stagione. È giusto provare a far luce sulla tempestività, l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure adottate dal governo presieduto da Giuseppe Conte, in particolare dall’allora ministro della Salute Roberto Speranza.

Gli elementi che verranno fuori, nonché il giudizio politico che ne scaturirà, saranno molto importanti. Credo tuttavia che non saranno sufficienti nel formulare un giudizio a tutto tondo su quei mesi della nostra storia. Un giudizio che ritengo fondamentale e che presume una riflessione che coinvolga tutti, in primo luogo storici, filosofi e studiosi delle mentalità e dei paradigmi culturali dominanti in una data società. Perché si tratta di capire come si sia potuto verificare un evento del tutto nuovo in una democrazia: la messa in scacco delle libertà fondamentali nella generale indifferenza, e anzi spesso con l’attiva partecipazione dei più. In un sol colpo furono abolite la libertà di riunione, di circolazione, di lavoro e persino di espressione. Certo, in gioco c’era la vita biologica delle persone, minacciata da un virus all’inizio sconosciuto.

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L’UOMO NON È UN ANIMALE - Ma non si era detto che la vita umana non può paragonarsi a quella animale, cioè ridursi alla mera sopravvivenza, ma deve essere “degna di essere vissuta”? Certo, si navigava tutti un po’ al buio. Proprio per questo però un supplemento di riflessione, una comunicazione più attendibile, l’esercizio del dubbio, sarebbero stati necessari come non mai. Al contrario, l’impressione che in molti abbiamo avuto in quei giorni è che, da una parte, i politici non si rendessero conto, o fingessero di non rendersi conto, di quel che stavano facendo e, dall’altra, che molti cittadini desiderassero addirittura di essere incatenati. 

Non un minimo di dibattito democratico accompagnò quei processi. E, anzi, quei pochi che osavano sollevare qualche dubbio venivano messi subito a tacere non con la forza degli argomenti, ma letteralmente con la censura e l’intolleranza. Il peso schiacciante dell' "opinione comune” escludeva e rendeva reprobi i dissidenti. È come se qualcosa fosse scattato nella mente dei più, come se si fosse diffusa una pericolosa paura della libertà che non portava nemmeno a vedere il problema. Tutti – politici, media, esperti più o meno accreditati – si allinearano come un sol uomo su una versione di comodo. Tutti sifecero pedine di una “verità” imposta e scientificamente falsa perché per principio infalsificabile.

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Nel contempo, anche gli altri vizi illiberali delle nostre società furono in quel frangente esasperati, quasi come in uno “stress test”: un certo paternalismo del potere che tratta i cittadini comuni come bambini da educare e da accompagnare per mano, considerandoli non in grado di esercitare da soli la responsabilità;la creazione di strutture burocratiche pletoriche e inefficienti, nate con il solo scopo di deresponsabilizzare agli occhi del pubblico chi invece le decisioni le prendeva effettivamente; lo statalismo e l’assistenzialismo dei tanti bonus, sussidi e prebende distribuiti a gò senza discernimento.

E che dire di quella schedatura da “Grande Fratello” realizzata attraverso il Green Pass? Ed era adeguato il linguaggio della comunicazione istituzionale, così intriso di metafore belliche o da stato totalitario? Parole come “distanziamento sociale”, “assembramento”, “coprifuoco”, e via dicendo, davvero non vorremmo più sentirle. È tutto questo che andrebbe messo in questione per capire, prima ancora di giudicare.Dovremmointerrogarci tutti perché quel che è successo è indicatore dello stato di salute della nostra società, della presenza o meno in essa di quel vivo sentimento della libertà che è come il combustibile che alimenta il funzionamento delle stesse istituzioni democratiche. Ciò che più deve preoccupare è il ritorno un domani non del Covid, ma di questa mentalità. Casomai come risposta ad una nuova emergenza, poco importa se reale o costruita da qualche malintenzionato.

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