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L'allucinazione islamista degli intellettuali

di Mario Sechi sabato 30 agosto 2025

4' di lettura

Il nuovo cinema pro -Pal di Venezia offre uno spettacolo di infinita ignoranza e odio mascherato da «impegno civile». Il ritratto delle “primedonne” dell’Intifada da salotto - che ora si prendono a torte in faccia per aver sconfinato nella palude dell’antisemitismo - lo ha fatto Capezzone con la sua solita arguzia che coglie il cortocircuito dell’intellò.

Mentre “passavo” il pezzo di Daniele, mi è venuta in mente una lettura, un libro scritto nel 2013 da Boualem Sansal intitolato Gouverner au nom d’Allah, è una descrizione accurata dell’ideologia di morte dell’islamismo, il racconto della sua nascita come organizzazione che si nutre di fanatismo religioso e esercita un dominio totalitario, della sua diffusione in tutto il mondo, del declino della formula del socialismo arabo e dell’ascesa dei Fratelli Musulmani che parte dalle moschee e arriva ai vertici del potere, del pericolo chiaro e presente che l’Occidente sta allevando in casa, voltando la testa, chiudendo gli occhi, in una sciagurata rotta nichilista verso gli scogli acuminati dell’autodistruzione.

Ho sentito dibattiti allucinati dove si arriva a definire «il 7 ottobre una cazzata» e mi sono venuti i brividi, perché nonostante le immagini, le testimonianze, l’esposta aberrazione, la strage ripresa dalle telecamere GoPro dei terroristi e rilanciata sui social media, i balli e le grida di giubilo dei palestinesi a Gaza, gli stupri delle donne ebree e lo strangolamento dei bimbi (i fratellini Bibas, compagni, vi ricordano qualcosa?), la caccia all’ebreo perché ebreo, nonostante questo tsunami di orrore (ho visto le immagini mai diffuse in pubblico dal governo israeliano, cose che non si possono neppure immaginare), c’è chi sparge il seme del negazionismo.

Ottant’anni dopo la scoperta dei campi di sterminio del nazismo, dopo Auschwitz e Buchenwald, Treblinka e Mauthausen, la pianta carnivora di un altro Olocausto germoglia sulle labbra degli intellettuali.
Dovrebbero leggerlo, Sansal, se avessero occhi e mente per vedere il male, un superbo scrittore franco-algerino, pubblicato in Francia da Gallimard, condannato a 5 anni di prigione in Algeria per «apologia del terrorismo». Sansal ha 80 anni, è malato, è in carcere per aver detto la verità sulla disputa territoriale tra Algeria e Marocco sui confini nel Sahara Occidentale, ma la sua “colpa” è un’altra, è quella di aver raccontato la mostruosa deriva dell’islamismo nei suoi romanzi (l’ultimo è il formidabile 2084. La fine del mondo), saggi e interventi pubblici. I cinematografari di Venezia dovrebbero riannodare i fili della cronaca (dove c’è la guerra di Israele, tragica, come tutte le guerre, un conflitto esistenziale dove o vinci contro Hamas, Hezbollah, gli Houthi e i suoi burattinai di Teheran o muori per sempre) e cambiare l’oggetto della loro manifestazione di oggi chiedendo al governo algerino la liberazione di Sansal, il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi ebrei detenuti dai tagliagole di Hamas a Gaza e il disarmo dei terroristi, una fazione tra le tante che appestano il Medio Oriente, l’Africa, l’Asia e minacciano la nostra esistenza, quel mondo libero in cui si girano film, scrivono libri, organizzano festival e si manifesta anche dalla parte sbagliata. Non ne sono capaci, perché sono ciechi e sordi, prigionieri de L’ignoranza delle persone colte (titolo di un libro di William Hazlitt, un eccezionale polemista inglese del Seicento) e ora sono tronfi, in gondola, immersi nel loro incubo che tracima in «character assassination» del giornalista non allineato, ideatori e esecutori del programma di cancellazione e esclusione dal Festival del Cinema dell’attrice ebrea e dell’attore scozzese amico di Israele, Gal Gadot e Gerard Butler.

Com’è triste Venezia, popolata dal partito dell’Intifada, da registi, attori, sceneggiatori, produttori, guitti e saltimbanchi che vivono in un mondo popolato di creature orribili, come quelle di un disegno di Francisco Goya del 1797 dove si legge una frase che li descrive perfettamente, la loro biografia: «Il sonno della ragione genera mostri».

Il collaborazionismo (in)volontario delle sinistre intelligenti con i profeti del terrore islamista è un fatto antico, in Francia un libro del filosofo Michel Onfray pubblicato nel 2024 dall’editore Plon e intitolato L’autre Collaboration, racconta la metamorfosi dei pensatori in propagandisti di quello che Onfray chiama «l’islamo-gauchisme».

In Italia l’ossessione anti-israeliana (e il suo esito drammatico nell’antisemitismo) penetra come un virus nel Partito comunista alla fine degli anni Sessanta, tra maggio e giugno del 1967, durante la «Guerra dei sei giorni» in cui Israele sconfisse gli Arabi, sventando la minaccia esistenziale mossa da un fronte che sembrava impossibile da battere.

Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 15 maggio del 2012 ha raccontato con la sua consueta padronanza della storia quella stagione nefasta della sinistra italiana, il testacoda di un partito che confonde aggressori e aggrediti, lo smarrimento della classe dirigente del Pci e degli intellettuali “organici” al punto da confondere i torti e le ragioni, i fatti e le illusioni, le utopie e la realtà. Mieli nel suo articolo racconta un episodio che è un viaggio nel futuro, il nostro: «La sinistra quasi per intero sposò la causa palestinese. Quella extraparlamentare, all’epoca influente, appoggiò i fedayn più radicali. Giorgio Israel ha così raccontato una cena estiva con un gruppo di amici: “A un certo punto, tra una chiacchiera e l’altra, un “compagno” toscano prorompe in un’invettiva violentissima contro gli ebrei: capitalisti, sanguisughe, imperialisti, assassini del proletariato e chi più ne ha più ne metta. Reagisco indignato, definendo il suo linguaggio come fascista e razzista, cerco di trovare ampia solidarietà e... sorpresa, mi ritrovo nell’isolamento più assoluto.

Nessuno mi difende, nemmeno i più cari amici”». Tanti decenni dopo, è capitato anche a me, e il clima è se possibile ancora più pesante, il conformismo è tracimato in odio scaraventato dai social media sulle persone che non hanno ceduto alla tentazione di omogeneizzarsi, accomodarsi sulle sponde di un partito che sogna «la Palestina libera, dal fiume al mare», cioè la fine di Israele, la sua cancellazione dalla carta geografica, il programma di Hamas e di quell’islamismo raccontato magistralmente da Boualem Sansal.

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