Più che un “cubo”, quello di Firenze, è un macigno. Una tegola che, se cade, rischia di fare parecchi danni, mica solo politici. In ballo potrebbe esserci addirittura il futuro Unesco della città dei Medici, che non è proprio una questione marginale: «Bisogna stare molto attenti, è già successo e non una volta sola: è importantissimo, ora, scongiurare questo pericolo», racconta Eike Schmidt che ha diretto un museo del calibro degli Uffizi e che, in città, l’anno scorso, si è candidato come sindaco per il centrodestra. È uno, Schmidt, che Firenze la conosce e la ama per la sua bellezza.
Tocca fare un passo indietro, però. Tocca spiegare come siamo arrivati fin qui: è una settimana buona che l’ex teatro comunale di corso Italia fa discutere i fiorentini. Non garba a nessuno. Alzi gli occhi, specie dal lungarno, e scuoti la testa. «È un obbrobrio, è brutto, non è collegato con il resto del contesto urbanistico, è slegato dallo skyline»: parola di Schmidt, d’accordo, ma parola pressoché unanime di chiunque si sia imbattuto nella sua visione. È che il “cubo nero” della rossa Firenze non piace nemmeno al centrosinistra che la guida, però non è sbucato dal muschio come un fungo in una notte uggiosa di fine estate, ha alle spalle progetti discussi, vagliati e approvati.
Il via libera la conversione dello stabile è del 2013 (amministrazione Renzi), il nuovo regolamento urbanistico della città e del 2015 (amministrazione Nardella), il piano di recupero della zona è del 2018 (ancora, amministrazione Nardella), la vendita da parte di Cassa depositi e prestiti dell’immobile alle società private Blue Noble e Hines che decideranno di farci 156 appartamenti di lusso è del 2020 (di nuovo, amministrazione Nardella), e le prime torri che vedono la luce sono del 2024 (amministrazione Funaro). In poche parole: con la sola eccezione del colore (allora era bianco), il rendering che cinque anni fa è stato presentato per dare l’idea di quel che si stava facendo è identico a come appare adesso l’opera. Solo che, oggi, è al centro di una polemica che sembra non voler finire più.
Una polemica fatta di inchieste ufficiali (il procuratore capo di Firenze Filippo Spiezia ha appena aperto un fascicolo esplorativo, senza indagati, sulla vicenda), di approfondimenti ministeriali (il Mic, il ministero della Cultura, vuole verificare le procedure seguite per il rilascio dei permessi che hanno autorizzato i lavori edilizi), di rimpalli istituzionali (all’ex primo cittadino Dario Nardella «il progetto non piace per niente ma l’estetica è una decisione che spetta esclusivamente alla Soprintendenza», mentre l’ex soprintendente Andrea Pessina dice che: «Non mi ricordo, firmo tanti atti, bisognerebbero chiedere al funzionario che seguì quella pratica») e di ricadute ancor più catastrofiche.
«È già capitato a Dresda, che tra l’altro viene chiamata la “Firenze del nord”. È capitato a Liverpool che, nel 2021, è stata cancellata dalla lista del patrimonio dell’umanità dell’Unesco», spiega Schmidt, «e in entrambi i casi è stato un singolo sviluppo immobiliare che ha fatto togliere la città dai siti dell’elenco». Immaginare che Firenze possa subire lo stesso destino non è concepibile: «Vogliamo tutti, ovviamente, evitarlo, però va indagata di chi è stata la responsabilità che lo ha autorizzato» questo benedetto “cubo della discordia”.
Schmidt, assieme alla lista civica che a Palazzo Vecchio porta il suo nome, ha proposto infatti una formale «richiesta di accesso agli atti per andare a fondo nella vicenda. Il sindaco dell’epoca e la sindaca di adesso non si possono tirare fuori perché la proprietà era del Comune: a Firenze ci sono già così tanti appartamenti di lusso, che bisogno c’era di vendere questo ennesimo spazio che, tra l’altro, era bellissimo, è stato riaperto al pubblico con grande orgoglio nel 1961? A dirla tutta non c’era nessuna necessità di distruggerlo».
Posizione che sposa in toto il gruppo consigliare di Schmidt: «Nardella ha la responsabilità politica di un processo di trasformazione di Firenze nella “Disneyland del Rinascimento”, un processo favorito da precisi strumenti urbanistici votati dalle giunte Pd. La verità è che va messa sotto accusa un’intera stagione dell’urbanistica nella quale l’interesse pubblico è stato annichilito a favore di interessi speculativi privati». «Da un lato Nardella disconosce il cubo», si sfogano i consiglieri, «dall’altro Funaro dice che va tutto bene perché ci sono i permessi: ma né l’uno né l’altra hanno tutelato il patrimonio di Firenze».