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Sinistra nei guai, i "centrini" non sfondano: allarme Pd sul voto cattolico

di Elisa Calessi venerdì 29 agosto 2025

4' di lettura

Dopo l’accoglienza entusiasta di Giorgia Meloni al Meeting di Comunione e Liberazione, segno di una connessione forte con una parte significativa del mondo cattolico, nel Pd è riemersa la domanda che, soprattutto da quando Elly Schlein guida il partito, periodicamente ritorna: e noi? A che punto è il rapporto tra il Pd e il Vaticano, tra il Pd e i movimenti cattolici, tra il Pd e il variegato elettorato cattolico? La risposta di tutti è unanime: siamo a zero.

Non che la colpa sia tutta da attribuirsi all’attuale segretaria dem. Ma non c’è dubbio che quel legame, ai tempi dell’Ulivo significativo e addirittura fondativo nel Pd di Walter Veltroni, nel tempo si è affievolito sempre di più, fino a diventare (come ora) irrilevante dal punto di vista numerico e culturale. Il tema non è di ora. E le ragioni sono tante. Rosy Bindi, per dire, in una intervista pubblicata ieri da La Stampa, la vede così: «Quello (il popolo del Meeting, di Cl, n.d.r.) è un mondo cattolico da sempre votato alla destra». Detto questo, «io penso comunque che un partito che si candida a governare il Paese (cioè il Pd, ndr.) dovrebbe tenere i rapporti col mondo cattolico italiano, con la Cei e con il Vaticano. Nei grandi partiti del passato c'era un dirigente incaricato di quelle relazioni». Parole che nel Pd sono state lette, dai più maliziosi, come una sorta di autocandidatura a essere lei quel dirigente. «Peccato», si chiosa tra i dem, «che Bindi non ha nemmeno la tessera del Pd». Ma al netto dei veleni, Bindi conferma che il Pd non ha alcun rapporto con il mondo cattolico o le gerarchie. A segnalare lo stesso tema è Romano Prodi, un altro padre nobile che da tempo non lesina critiche al Pd di Schlein.

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L’ultima frecciata risale a mercoledì scorso quando, su Repubblica, in un'intervista, alla domanda su cosa dovrebbe fare il centrosinistra italiano di fronte agli sconvolgimenti internazionali, da Trump alle guerre che incendiano Europa e Medioriente, l’ex premier ha risposto sarcasticamente: «Esistere, basterebbe questo». Perché «senza un’opposizione, il governo può fare qualsiasi cosa e vince sempre».

Eppure, nella classe dirigente del Pd, qualche cattolico (inteso come politico che ispira la propria azione al magistero della Chiesa) esiste ancora. Il problema, si spiega tra idem, è che sono divisi in tanti gruppuscoli, quindi sempre più irrilevanti. C’è Graziano Delrio, il più fermo su questi temi, che resiste e insiste. Ci sono i riformisti di Lorenzo Guerini, che però non hanno un’ispirazione innanzitutto cattolica, ma raccolgono un mondo liberal ed ex renziano più vasto. Anche loro, in ogni caso, soffrono l’incapacità di incidere.

Poi ci sono quelli che hanno fondato il Pd, come Pierluigi Castagnetti o Rosy Bindi. Che però ora sono fuori dalla vita del partito. Nemmeno hanno la tessera. Infine ci sono gli indipendenti, come Paolo Ciani o Marco Tarquinio, che sono stati eletti nelle liste del Pd, ma senza essere del Pd. Finché parlano di pace, sono anche ascoltati. Ma sui temi sociali o etici, la voce dei cattolici nel Pd non è considerata.

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Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, già dirigente della Fuci, ammette, parlando con Libero che «c’è un evidente problema politico». A proposito dell’accoglienza tributata dal Meeting di Rimini a Meloni, spiega che «quel tipo di cattolicesimo, che non è il mio, è oggi rafforzato dalla sintonia politica con Meloni, comunque del tutto legittima e comprensibile dal loro punto di vista, mentre non esiste un referente analogo nel campo delle opposizioni, analogo per sintonia politica non per appartenenza». Insomma, se Meloni ha cercato e trovato un canale di comunicazione con parti del mondo cattolico, il Pd non lo cerca nemmeno. E quindi non lo ha trovato. E dire che non è stato sempre così. «Il cattolicesimo democratico», continua Ceccanti, «si è sentito in sintonia non solo con l’Ulivo di Prodi, ma anche col Pd nascente di Veltroni. Ma non si sente in sintonia con Schlein e con Conte, così come non si sentono a loro agio vari spezzoni riformisti non cattolici che esistono nella società italiana». Un problema, conclude, che non si risolve con «ambasciatori che spieghino alla Cei e al Vaticano», come sostiene Bindi.

La soluzione che Schlein sembra aver scelto è di appaltare fuori dal Pd il dialogo con il mondo cattolico, favorendo la nascita di formazioni ad hoc. Tipo quella a cui stanno lavorando Ciani e Tarquinio o quella di Ernesto Ruffini. Il problema è che nessuna delle due sta sfondando. E i primi, Ciani e Tarquinio, sono persino più a sinistra di Schlein su certi temi (vedi la politica estera). Esattamente il contrario di quello che cerca di fare Meloni, la quale prova a conquistare il mondo cattolico direttamente, senza delegare il compito ad altri. Come faceva la Dc. Come ha provato a fare l’Ulivo.

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