L’ultima balla della sinistra? Quella sugli applausi alla conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni, trasformati per l’occasione in un presunto caso di ovazione "comandata". Una polemica montata in poche ore, rilanciata sui social e da alcune firme dell’area progressista, come se qualche battito di mani in sala stampa fosse la prova di un clima da regime (quel regime che infesta soltanto le loro teste).
A sollevare il caso - come ricorda Il Secolo d'Italia - è stato Stefano Feltri, ex direttore del Domani, che ha scritto quanto segue: “I giornalisti che applaudono la premier non si possono sentire”. Un’affermazione che ha raccolto la risposta immediata dell’eurodeputato di FdI Davide Scifo, il quale ha ricordato come scene ben più rumorose siano passate sotto silenzio solo pochi anni fa. A sostegno della sua replica ha pubblicato un video del 2021, con la platea di cronisti che accoglieva Mario Draghi con applausi ben più fragorosi.
All’epoca, non erano certo militanti di Palazzo Chigi, ma giornalisti di ogni testata a battere le mani. Eppure nessuno parlò di claque. Anzi, come ricordò Il Fatto Quotidiano in un articolo rimasto celebre, la pratica non era affatto un’eccezione. “Trasmette un effetto distorto, un po’ “coreano” (del nord), che gli applausi prima, durante e dopo al presidente del Consiglio Mario Draghi siano arrivati non in Parlamento, non a un convegno, non in qualsiasi altro posto, ma proprio durante una conferenza stampa, animata da decine da giornalisti di altrettante testate che per definizione sono chiamati a porre domande per incarnare il vecchio motto del cane da guardia, del quarto potere, del custode della democrazia e, vista la calante fiducia dei lettori, magari dovrebbero sentire anche la responsabilità di apparire indipendenti, oltre che esserlo. Non è una giustificazione, ma un’aggravante che alla fine di tutte le conferenze stampa di fine anno dal 2014 in poi c’è sempre stato un applauso. Nelle due con Renzi, nelle due con Gentiloni e nelle due con Conte del 2018 e del 2019…”.
Allora quelle parole erano considerate legittime. Oggi, di fronte a Meloni, diventano improvvisamente un tabù. E così, mentre Marco Travaglio ovviamente tace, la sinistra prova a costruire l’ennesimo caso sul nulla. Ma i video e la memoria recente raccontano una storia molto diversa.