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Politica, se il dibattito è incivile fa scappare gli elettori

Quando l’inciviltà diviene caratteristica essenziale del discorso pubblico? Un libro appena uscito per Il Mulino tenta di dare una risposta a questa domanda. Si intitola "La politica dello scontro"
di Annalisa Terranova venerdì 16 gennaio 2026

3' di lettura

Quando l’inciviltà diviene caratteristica essenziale del discorso pubblico? Un libro appena uscito per Il Mulino tenta di dare una risposta a questa domanda. Si intitola La politica dello scontro ed è stato curato da tre docenti universitari, Sara Bentivegna, Giovanni Boccia Artieri e Giovanna Mascheroni.

La tesi di fondo è che l’inciviltà si misura dalla mancanza di rispetto verso l’interlocutore/avversario. Un atteggiamento che sta permeando il dibattito politico in virtù di una polarizzazione sempre più rigida e a causa della conflittualità delle curve social. Una tesi che deve accompagnarsi a una presa d’atto rassegnata: non esistono rimedi a meno che gli attori coinvolti –classe politica e operatori della comunicazione – rinunciano al format della rissa continua. Se ne è parlato mercoledì al Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza in un incontro organizzato dagli autori del libro in cui è emersa una sana dose di autocritica da parte dei politici presenti. Stefano Patuanelli del M5S ha riconosciuto l’impronta grillina nella degenerazione del dibattito politico e «ora – ha detto – ne stiamo pagando le conseguenze come Movimento perché ciò che abbiamo messo in moto si riversa anche su di noi».

In generale ha preso le distanze, dunque, dalla messinscena della gazzarra che in tv molti rappresentanti del M5S interpretano quotidianamente. Filippo Sensi, senatore dem, ha messo in guardia la sinistra dalla tentazione di giudicare la classe politica della destra come se fosse immune da ogni evoluzione. «Secondo me l’inciviltà entra in gioco quando perdiamo la connotazione dell’umano. Stamattina alle 7 e 30 sono stato svegliato dalla premier Meloni che voleva sapere da me se era vera la notizia della morte di Valeria Fedeli. Insomma Meloni è una capace di umanità e questo le va riconosciuto». Proprio sulla base di quanto affermato da Sensi si potrebbe concludere dunque che l’inciviltà, concetto molto scivoloso, si realizza quando si fa dell’avversario un “mostro” o un nemico da annientare, privandolo proprio di quella caratteristicadi umanità che rende il mondo politico una comunità dialogante e non belligerante.

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Fermo restando che il conflitto fa parte della politica e non potrebbe essere altrimenti il discorso pubblico ha ormai perso alcuni elementi di fondo: innanzitutto la competenza comunicativa che non significa dover tornare al politichese di un tempo ma almeno possedere un metodo nel dosare i tempi e imparare quando il silenzio è meglio di un tweet a vanvera magari affidato a un inesperto social media manager. In secondo luogo si è perso un connotato essenziale del linguaggio che è la negoziazione: occorre cioè tenere presente anche le ragioni dell’avversario senza innalzare un muro di ostilità che rende vana la stessa comunicazione politica, tesa solo a eccitare lo schieramento di riferimento.

Inoltre, per ciò che riguarda la comunicazione a destra, va rilevato che qui non può essere scambiata per inciviltà la reazione al “follemente corretto” o alle storture del wokismo che induce a un parlare aderente alla realtà più che all’ideologia, evitando di scambiare un linguaggio escludente e astruso con uno strumento di inclusione. Così come la sbavatura lessicale di un politico non può in quante tale appartenere alla categoria dell’inciviltà perché magari si tratta solo e semplicemente di impreparazione. Domanda legittima a questo punto è se la “politica dello scontro” allontana il cittadino-elettore dai partiti e dalle urne.

All’inizio dell’anno il Corriere ha pubblicato uno studio sulla fuga dalle urne nella città di Milano: ebbene emergeva che quelli che non vanno a votare sono soprattutto giovani tra i 22 e i 35 anni con un titolo di studio elevato. Non le fasce disagiate dunque ma ragazzi istruiti che manifestano sfiducia nelle istituzioni. Se la politica parla un linguaggio che appare solo funzionale alla propaganda, in altre parole, ciò genera disinteresse più che inciviltà. E ciò a spese della democrazia di rappresentanza.

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