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Iran, la sinistra tace sui 30mila morti: niente occupazioni e accuse di genocidio

Oggi ci ritroviamo con una sinistra che ha elaborato un pensiero semplice basato sull’antitesi amico-nemico, ove il nemico è l’Occidente
di Corrado Ocone lunedì 26 gennaio 2026

3' di lettura

Statene sicuri, questa volta nessuno parlerà di genocidio. Così come nessuno organizzerà una brancaleonica spedizione tipo Flottilla. Né vedremo università occupate. Al massimo leggeremo  qualche titolo in una pagina interna dei giornali, qualche sparuta parola di finto sdegno che coprirà la sostanziale indifferenza del popolo della sinistra. In pochi giorni, l’attenzione ritornerà sui temi più gettonati del momento, quelli che, come suol dirsi, fanno notizia. È tutta in questa prevedibile sequenza la cosiddetta “crisi dell’Occidente”, di una parte delle sue classi dirigenti e del mondo progressista, nonché dei media che continuano a far loro da cassa di risonanza.

Nessuno scenderà in piazza questa volta. Nessuno si straccerà le vesti ed esprimerà solidarietà vera, sentita, per gli iraniani e le iraniane che in piazza hanno avuto invece il coraggio di scendere, sfidando le milizie del regime, e pagando la loro temerarietà con la vita. Due giorni di protesta ad inizio mese, trentamila morti: questa la drammatica stima che Time, l’autorevole rivista americana, ha reso nota ieri e che ben altre reazioni e azioni avrebbe dovuto generare in questa parte di mondo che seguitiamo a definire libero. D’altronde, cosa chiedevano quei manifestanti se non pane e libertà? Sì, proprio quella libertà che noi usiamo per autodenigrarci e non perdere occasione per solidarizzare di fatto con tiranni e regimi che la calpestano senza pudore. Ma che però, ai nostri occhi, hanno proprio il merito di essere nemici giurati dell’Occidente, di Israele, dell’America, di Trump. Di quest’ultimo soprattutto che ha di fatto indebolito, con le sue azioni di polizia e diplomatiche, il regime iraniano, distruggendo in pratica la rete di alleanze che aveva costruito negli ultimi anni in Medio Oriente. Se in tanti fra gli iraniani vessati si son fatti coraggio è forse anche perché hanno ritenuto che fosse giunto il momento. Se non ora, quando? E in molti hanno anche ritenuto che una mano da noi sarebbe arrivata, se non militare almeno di forte pressione morale ed economica. Ai giovani iraniani in cerca di libertà i giovani incoscienti e indottrinati dell’Occidente “libero” non hanno però risposto.

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A ben vedere, è una vecchia storia che si ripete. Mentre Praga era invasa dai sovietici nel 1968, mentre Jan Palach si dava fuoco nella piazza centrale della città, i giovani occidentali erano impegnati a sognare proprio quelle utopie comuniste contro cui i cecoslovacchi erano insorti. Ci eravamo poi illusi che, con la fine del comunismo, a sinistra ci si fosse rinsaviti, che si facesse un serio esame di coscienza con la propria storia e i propri errori. Oggi ci ritroviamo invece con una sinistra che ha elaborato e fatto proprio un pensiero semplice, binario, contraddittorio, fatto di luoghi comuni e sostanziale incapacità di comprendere il mondo. Basato sull’antitesi amico-nemico, ove il nemico è appunto l’Occidente, come sempre, esso mette in opera un dispositivo che suona suppergiù così: “Se sei nemico del mio nemico, sei mio amico e tanto basta”. In un sol colpo tutte le altisonanti parole in difesa della libertà, dei diritti civili, dei diritti delle donne, svaniscono. Col risultato che certi morti sono visti solo come un fastidioso intralcio alla narrazione accreditata. Se trentamila morti vi sembran pochi...

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