Pubblichiamo per concessione dell’editore ampi stralci della lettera scritta da Roberto Maroni al Corriere il 30 dicembre 1993, contenuta nel volume “Discorsi politici e parlamentari”, pubblicato dalla Camera dei Deputati, con prefazione di Lorenzo Fontana e introduzione di Corrado Ocone.
Si offre l’occasione per fare alcune opportune chiarificazioni anche come contributo alla costruzione di un “polo della libertà” (...) che sia capace di attuare un progetto politico che abbia tra i suoi pilastri più importanti il federalismo e il liberalismo, senza prescindere da una concreta solidarietà verso le vere forme di bisogno. Nell’attuale contesto europeo fare a meno degli Stati nazionali sarebbe un errore. Sarebbe altresì un errore non rendersi conto che risolvere il problema del Mezzogiorno è interesse primario dei cittadini che abitano le regioni settentrionali del Paese. Ma il problema del sud non è solo una questione di interessi, è una questione di uomini e là dove si svolge un dramma che coinvolge milioni di persone chi abbia una nozione nobile della politica e non sia solo un gelido burocrate, non può esimersi dal contribuire a creare quelle condizioni che ridiano fiducia e speranza di rinascita dove esse sembrano spente e soffocate. Per tutte queste ragioni la Lega è federalista e non confederalista. Vuole il rafforzamento e non l’indebolimento dell’unità del Paese che riconosce come un valore. In questo contesto essa intende collocarsi pienamente all’interno di quella tradizione risorgimentale che concepiva il processo unitario come volto a tutelare le singole specificità per realizzare una più armoniosa costruzione della casa comune, nell’adesione a un concetto autentico di democrazia che si sostanzia nell’autogoverno e che per funzionare presuppone a sua volta un profondo rispetto delle differenze e, indubbiamente, anche una capacità di cooperazione solidale. D’altro canto l’esigenza di una riforma federalista dello Stato italiano, pur nella indispensabile unicità della repubblica, è ormai imprescindibile.
Un centro studi autorevole come la Fondazione Agnelli ha sottolineato che la competizione economica si sposta nello scenario internazionale dal livello dell’impresa a quello delle regioni economiche, dei sistemi territoriali omogenei e delle città, capaci di creare in modo più efficiente dello Stato centrale le condizioni per mantenere, promuovere e attrarre attività economiche e risorse finanziarie. Sempre in questa ottica una riforma dello Stato in senso federalista è ormai ritenuta imprescindibile pure per affrontare il problema della crescita del Mezzogiorno, da una parte per responsabilizzare quelle forze economiche e per liberare quelle vitalità culturali che esistono in molte realtà del Meridione a cominciare da Napoli, dall’altra per favorire il superamento di logiche assistenziali che tengono il Mezzogiorno in una condizione di minorità e di dipendenza e che impediscono di responsabilizzare le classi di governo meridionali sugli obiettivi della autosufficienza.
Esse, sottraendo risorse preziose per lo sviluppo del nord del Paese, hanno l’unico scopo di alimentare un notabilato che, anziché creare vero sviluppo, preferisce foraggiare le proprie clientele in un circolo perverso che porta a sempre maggiore degrado. In questa prospettiva solo una riforma autenticamente federalista potrà realizzare un controllo più diretto dei governanti e quindi una loro più rapida rimozione. Ovviamente, date le condizioni di grave arretratezza economica del Mezzogiorno, la Lega si rende perfettamente conto che anche una riforma federalista non potrà prescindere da politiche di riequilibrio non dissimili da quelle che in Germania i Länder occidentali stanno attuando a favore di quelli orientali. Naturalmente, per rendere più efficiente una trasformazione istituzionale quale quella delineata, occorrerà procedere a forme di riorganizzazione macroregionale la cui individuazione dovrà però seguire criteri socio-economici e il cui numero dovrà essere fissato da esperti. Dovrà essere invece assolutamente escluso il ricorso a criteri etnici che avrebbe come unico risultato il prefigurare tragici scenari jugoslavi. Attorno a questa prospettiva di sviluppo mi auguro che ci possa essere un ampio consenso e in particolare proprio nel mondo cattolico. Ecco perché Bossi ha affermato che il discorso del Papa non va interpretato come un discorso contro la Lega, ma piuttosto come volto a porre le condizioni irrinunciabili entro cui far nascere un federalismo possibile. Il principio dell’autonomia è infatti consono alla migliore tradizione cattolica. Per concludere voglio affermare con chiarezza che la Lega non ha pretese egemoniche sul modello di federalismo da adottare, ma invita tutti coloro che credono che quella delineata sia la via giusta a discutere con noi e a sedersi attorno a un tavolo con una sola pregiudiziale: la chiusura nei confronti degli epigoni del socialismo reale e del nazionalismo neofascista.