La notizia è rimbalzata rapidamente da un sito all'altro: nella basilica romana di San Lorenzo in Lucina, durante un intervento su una pittura murale, un angelo avrebbe assunto o reso più evidente - tratti somiglianti a quelli di Giorgia Meloni. Da ß, il riflesso automatico: accuse di propaganda, interrogazioni, verifiche, scandalo. Un copione ormai noto, che si attiva con sorprendente puntualità ogni volta che arte, simbolo e potere entrano anche solo lateralmente in contatto. Eppure, a colpire davvero non è l'angelo ma è la reazione. Non scandalizza che un volto riconoscibile appaia in un contesto artistico o sacro; questo è accaduto per secoli senza traumi collettivi. Scandalizza, piuttosto, che oggi non si riesca più a leggere un'immagine senza ridurla immediatamente a messaggio politico, a provocazione, a schieramento. Il vero tema non è l'opera, mala nostra perdita di memoria simbolica.
Per lungo tempo l'arte europea - soprattutto quella sacra - è stata un luogo di stratificazione: teologia, storia, potere, biografia, tempo presente. I volti dei committenti, degli artisti, dei potenti del momento convivevano con santi e angeli senza che nessuno avvertisse una contraddizione. Era il modo naturale in cui una comunità iscriveva se stessa nella durata, cercando un dialogo con l'eterno. Oggi, invece, quel linguaggio sembra diventato indecifrabile: non perché sia cambiata l'arte, ma perché è cambiato lo sguardo. Ogni riferimento viene letto come intenzione, ogni allusione come messaggio cifrato, ogni immagine come manifesto. È una forma di analfabetismo culturale che nasce dall'ossessione per l'attualità e dalla perdita di profondità storica.
Anche il tema del restauro, che pura merita attenzione, rischiando di diventare un alibi. Un intervento contemporaneo richiede prudenza, certo; ma la prudenza tecnica non può trasformarsi in censura simbolica, altrimenti si arriva al paradosso: non si discute più come restaurare, ma chi si possa o non si possa evocare. E questo dice molto poco di conservazione e molto di paura. Anche la musica, del resto, vive di memoria e di riconoscimento, e forse più di ogni altra arte soffre oggi della sua rimozione. Per secoli la citazione è stata un linguaggio condiviso: un modo per dialogare con il passato, per omaggiare, per ironizzare, talvolta per ritrarre. Robert Schumann costruisce nel “Carnaval” una vera galleria di maschere e persone reali, trasformando amici, colleghi e miti musicali in caratteri sonori riconoscibili. Edward Elgar, nelle “Enigma Variations”, affida a ciascun amico un ritratto musicale, comprensibile solo a chi possiede la chiave della memoria comune.
Ma è soprattutto nella tradizione italiana che la citazione assume un valore culturale profondo e non scandaloso. Gioachino Rossini, nelle opere tarde e nei “Péchés de vieillesse”, gioca consapevolmente con l'allusione, la caricatura, l'autoritratto ironico. Non teme il riconoscimento, anzi lo presuppone: scrive per un pubblico che sappia cogliere il rimando, sorridere dell'allusione, riconoscere il volto dietro il suono. La musica diventa così un archivio vivente di memorie condivise, una conversazione continua tra passato e presente. Oggi, invece, quel linguaggio sembra perduto. Senza memoria non c'è più citazione, ma solo sospetto; non c'è più omaggio, ma appropriazione; non c'è più ironia, ma offesa.
Così come nell'arte figurativa non sappiamo più distinguere tra simbolo e propaganda, allo stesso modo nell'arte dei suoni abbiamo smarrito la capacità di ascoltare oltre l'immediato. Tutto viene appiattito sull'oggi, sull'intenzione presunta, sull'effetto polemico. Il caso dell'angelo di San Lorenzo in Lucina, allora, non è un episodio isolato, ma un sintomo. Quando la memoria culturale si dissolve, ogni riferimento diventa provocazione e ogni volto un problema. Non è l'arte ad aver cambiato linguaggio: siamo noi ad aver dimenticato come leggerlo.