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Foibe, un anniversario che i compagni non digeriscono

Se potessero, con un colpo di bacchetta cancellerebbero una commemorazione che li imbarazza
di Marco Patricelli mercoledì 11 febbraio 2026

3' di lettura

Dipendesse dalla sinistra, con un tocco di bacchetta magica con la stella rossa tornerebbe indietro nel tempo per cancellare il problema. Ma mica al periodo 1943-1945, quando si consumò la tragedia delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’altra sponda dell’Adriatico, magari per impedirlo; macché, basta riavvolgere il nastro a qualche decennio fa, quando sui dizionari la parola significava solo inghiottitoio carsico senza alcuna spiegazione storica e sui libri di storia non appariva neppure.

Omettere, rimuovere e negare, erano le parole d’ordine del verbo comunista che di fronte alla responsabilità politica e morale di quell’orrore, ha mantenuto la rotta cambiando vocabolario: sminuire, relativizzare e, capolavoro d’ipocrisia, contestualizzare e riportare tutto al fascismo. Insomma, guai a toccare Tito, il glorioso esercito di liberazione jugoslavo, la stella rossa, nel Giorno del ricordo istituito con legge che ne commemora le vittime, morti e vivi. A dissentire e a non mascherare neppure l’imbarazzo sono sempre quelli col ditino all’insù o puntato sugli “altri” che devono prendere le distanze, condannare, abiurare a comando. Sono i compagni depositari di verità e giustizia, e se magari qualche volta è sfuggito il dito sul grilletto, erano compagni che sbagliavano per eccesso di zelo, non il comunismo a essere sbagliato e criminale. E infatti, insorgenti di professione, sono insorti quando l’Unione europea ha parificato il comunismo al nazismo e l’ha rimesso nella pessima compagnia dei tre totalitarismi del Novecento.

Poi però il calendario una volta l’anno li costringe morettianamente a dire qualcosa di sinistra, ma non potendo giustificare la barbarie e il bagno di sangue, accantonano gli imbarazzi di una volta sfoggiando l’arroganza revisionista della contestazione di fatti, dati e numeri. A Firenze disco rosso di Anpi senza più partigiani, Aned e sinistra per Italo Bocchino (doveva presentare un documentario sulle foibe), prontamente raccolto dalla presidente del Consiglio regionale toscano Stefania Saccardi: i tutori della democrazia e delle libertà hanno scelto (si fa per dire) di non commemorare con «interventi esterni» e motivato di voler evitare la presenza di «persone che potessero suscitare contrasti e contrapposizioni».

I dispensatori di patenti la sanno lunga su come si fa, visto che il semaforo democratico non è né intermittente né alternato. Già dimenticato che in certe università politicizzate si dà e si toglie la parola ideologicamente e persino Joseph Ratzinger si beccò un non expedit in ateneo. Ma questa non è mica censura: è precauzione, un daspo previdente. Come per il comico Andrea Pucci a Sanremo, ma sull’argomento delle foibe e dell’esodo non c’è davvero niente da ridere.

È di pochi giorni fa l’agghiacciante dichiarazione pubblica che il comunismo ha liberato l’uomo. Per almeno 5mila italiani infoibati l’ha fatto privandoli della vita, per i circa 350mila esuli istriani, giuliani e dalmati rendendoli liberi di vagare nel mondo per ricostruirsi una vita, senza più nulla se non il ricordo. Ed è cronaca recente il manifesto che celebra il 10 febbraio come giornata del partigiano, che per rimanere nel politicamente orientato è nel caso specifico una partigiana jugoslava. Solo che, andrebbe rammentato a un po’ tutti, il 10 febbraio non si celebra proprio nulla: si commemora una tragedia nazionale, che segue una guerra perduta pagata per tutti gli italiani, da quelli del nord-est con la vita e lo sradicamento per sempre.

Per questo è il Giorno del ricordo, anche se i maîtres-à-penser militanti, titolari e titolati, preferiscono non farlo. E Asakatasuna si permette persino di scherzare cinicamente su quel dramma epocale con il manifesto del compagno Tito che in dialetto ammonisce: “Occhio alle buche”. Cioè le foibe, dove gli italiani perché italiani e pure gli sloveni non comunisti venivano gettati spesso vivi: legati in colonna col fil di ferro, bastava mitragliare i primi per far precipitare tutti nei pozzi della morte. Ah, già, ma a sinistra questa è satira. Rossi sempre, ma di vergogna mai.

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