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A votare la monarchia nel referendum del 1946 non furono i fascisti

Sul palco dell'Ariston l'ultracentenaria ha fatto un po’ di confusione sulla consultazione del 2 giugno: ecco cosa racconta davvero la storia
di Annalisa Terranova giovedì 26 febbraio 2026

3' di lettura

«Gianna Pratesi hai fatto più tu in dieci minuti che tutta l’opposizione in tre anni». Prendo un commento a caso della valanga di post giubilanti che hanno accolto la performance sanremese della vecchina ultracentenaria che ha scambiato il referendum del 2 giugno 1946 come una scelta tra Repubblica e fascismo.

E l’Italia antimeloniana tutta lì a festeggiare via social, inorgoglita, commossa da queste pillole di storia da centro anziani. Dice: ma a sinistra stanno messi così? Sì, e da tempo. Del resto la signora è del tutto innocente: al più le sue affermazioni resteranno nella storia del festival come lo sfogo di Morgan contro Bugo o la gag anti no vax di Fiorello.

FUNZIONE PURIFICATRICE

Gli applausi scroscianti erano stati del resto ampiamente anticipati dallo stesso Carlo Conti in conferenza stampa, che aveva dato all’apparizione della signora Gianna il valore di una epifania purificatrice (doveva farsi perdonare l’invito al comico Andrea Pucci, brutto, cattivo e fascio): «La signora Gianna Pratesi rappresenta i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri partigiani che hanno liberato l’Italia dall’oppressione nazifascista e che ci hanno permesso, oggi, di goderci un evento musicale come questo». Ecco, ne abbiamo sentite tante sui partigiani ma quest’ultima, e cioè che la Liberazione era stata anche momento essenziale per una musica finalmente democratica questa davvero ci mancava.

Ma sarebbe anche importante capire per quale oscura ragione nel festival non deve mancare da qualche tempo a questa parte una sorta di omaggio all’Anpi: insomma o si canta “Bella ciao” o si invita la nonnina di sinistra-sinistra. Bei tempi quelli dei primi Sanremo quando trionfava una canzone come “Vola colomba”, inno a Trieste italiana. Ora, quella della signora Pratesi è già assurta a “lezione” di vita, di storia, di memoria, di dignità, di tutto insomma. Lezione solo un pochino divisiva (dieci milioni e mezzo di italiani votarono per la monarchia, ma non erano persone perbene per dirla alla Gratteri) e anche lacunosa.

RICOSTRUZIONE STORICA

Celebrare la Repubblica va bene ma accostare il suo contrario, la monarchia, al fascismo è una forzatura grave. Chiariamo la questione con le parole di Sergio Romano: «La repubblica fu un obiettivo del movimento fascista sin dalla costituzione dei Fasci in Piazza San Sepolcro nel marzo del 1919. Ma il tema cominciò a diventare meno insistente e pressante allorché Mussolini si accorse che la conquista del potere esigeva un consenso più largo e una base sociale più vasta». Nel 1946 non vi era ex fascista tra l’altro che non detestasse il re “traditore”. In vista del voto del 2 giugno 1946 fu Pino Romualdi (che divenne poi presidente del Msi) a intavolare trattative per schierare i voti dei fascisti a favore della Repubblica.

Come ha notato Ernesto Galli della Loggia la scelta della Repubblica rappresentò per molti, inclusa una parte della destra ex fascista o delusa dalla monarchia, un modo per chiudere definitivamente con i Savoia, considerati responsabili della “morte della patria”.

Ciò valeva la pena sottolineare per debellare la semplicistica convinzione, del tutto infondata, che si possa sovrapporre lo schema fascismo-antifascismo al referendum del 2 giugno 1946 collocando i buoni tra i fautori della Repubblica e i cattivi tra i sostenitori della monarchia, magari pensando al prossimo di referendum quello del 22 e 23 marzo.

RUOLO DEI SAVOIA

Ma c’è anche altro da ricordare: la storia italiana non comincia nel 1946 ed è difficile cancellare, negare o anche solo ridimensionare il ruolo avuto dai Savoia nell’unificazione dell’Italia. Insomma la tentazione del colpo di spugna, della cancel culture alla Sanremo, magari amplificata dai social non può sostituirsi alla storia reale. E nella nostra storia la monarchia ha avuto un ruolo fondamentale. In definitiva si nota come sia sempre in agguato quel vizio inestirpabile della sinistra antifascista che è rappresentato, nell’analisi di un filosofo illuminato come Augusto del Noce, dall’insofferenza per le radici, dalla carica dissolutoria nei confronti del passato mai sottratto alla tentazione manichea.

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