Lo scontro sul referendum sulla giustizia non è solo politico, tra "Sì" e "No". Ma culturale: da una parte gli innovatori, dall'altra i conservatori. E contrariamente alla vulgata, i difensori dello "status quo" sono proprio i cosiddetti "progressisti". A sostenerlo è Luca Ricolfi, sociologo e intellettuale dichiaratamente d'area che però non rinuncia mai a individuare i gravi problemi strutturali della sinistra.
Intervistato dal Giornale, Ricolfi mette subito in chiaro: "La sinistra è conservatrice: il No lascia le cose come stanno" quando invece servirebbe una svolta per migliorare il sistema-giustizia e smuove il mondo chiuso delle toghe. "Da molto tempo penso che la sinistra ufficiale sia profondamente e irrimediabilmente conservatrice, e solo la sinistra riformista e liberale voglia veramente cambiare le cose. E il referendum lo conferma: che cos’altro è il No, se non la solita volontà di lasciare le cose come stanno?".
La polemica riguarda anche la "sua" Torino, con il sindaco dem Lo Russo che è per il "No": "Che cos’è la linea morbida verso Askatasuna, se non la tenace volontà di mantenere le cose come sono state negli ultimi decenni?". Secondo gli ultimi sondaggi, un elettore M5s su 4 e il 15% di chi vota Partito democratico si dice favorevole alla riforma. "Il 15% di Pd a favore non è una sorpresa, significa solo che la specie dei riformisti non è ancora estinta dentro il Pd, a dispetto dei piani di bonifica di Elly Schlein e dei suoi giovani seguaci. Meno ovvio, ammesso che non sia uno svarione sondaggistico, è il 25% di grillini per il Sì. Se è vero che la base Cinque Stelle è giustizialista, stupisce che 1 grillino su 4, votando Sì, adotti una postura liberale".
"Proprio perché è populista - prosegue Ricolfi nella sua analisi -, una parte dell’elettorato grillino, disgustato dalle correnti della magistratura e dagli errori giudiziari, abbia una reazione punitiva, e veda il Sì come una giusta punizione". E "il sorteggio altro non è che la perfetta applicazione del principio uno vale uno". E chissà cosa ne pensano Giuseppe Conte e Marco Travaglio, in primissima fila nella battaglia per il "No"...
Certo, il "Sì" alla riforma di Ricolfi non evita al sociologo di aspirare a qualcosa in più. Bisognerebbe intervenire anche sulla "eccessiva durata dei processi, politicizzazione di una parte della magistratura, assenza di norme che puniscano in modo efficace la recidiva". C'è poi un'analisi sulla partecipazione al voto da non sottovalutare: "Il popolo di sinistra è facilmente mobilitabile, perché molti credono davvero che Meloni sia l’anticamera del fascismo, della 'torsione autoritaria', di una stagione di repressione e limitazione dei diritti. Mentre il popolo di destra ha una visione più scettica, realistica, disincantata dell’alternanza al governo: sa benissimo che, chiunque vinca, le cose cambieranno di poco". E su Nicola Gratteri, uno dei testimonial del "No" finito sulla graticola per aver detto che voteranno "Sì" "massoni, indagati e mafiosi", il professor Ricolfi è lapidario: "A me non dà fastidio che Gratteri dica delle sciocchezze, mi dà fastidio che sia sempre in tv ospite di conduttori che non lo incalzano e preferiscono lisciargli il pelo". A qualcuno, a La7, fischieranno le orecchie.