Il corpaccione del Pd non ci tiene a vincere le prossime elezioni. Se per provarci deve rischiare che le vinca il centrodestra, rinuncia volentieri. Spera nella palude, e perché non dovrebbe? Nel pantano parlamentare ha sempre sguazzato felice. Cominciarono con il governo tecnico di Lamberto Dini nel 1995, nella legislatura iniziata con la vittoria di Silvio Berlusconi, e lo rifecero nel 2011 con quello di Mario Monti, dopo aver perso le elezioni del 2008. Sono andati a palazzo Chigi con Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni nella XVII legislatura, nonostante al Senato la loro coalizione fosse lontanissima dalla maggioranza dei seggi. E appena Giuseppe Conte ha rotto con Matteo Salvini, si sono precipitati ad abbracciarlo. Per una squadra che riesce a vincere anche quando pareggia, un sistema elettorale che garantisce lo stallo è manna dal cielo. Perciò difenderanno quello attuale con gli artigli e con i denti. L’unica alla quale non gioverebbe è Elly Schlein. In un governo di larghe intese la segretaria intersezionale sarebbe necessaria come la kefiah su uno smoking. È il motivo per cui lei e il gruppetto con cui nel 2023 ha fatto la scalata al Nazareno non disprezzano la legge elettorale proposta dal centrodestra. Non la voteranno mai, devono dirne malissimo in pubblico per ovvie ragioni di tifoseria, ma sanno bene che l’unica possibilità che Schlein ha di andare a palazzo Chigi passa da lì.
In più, c’è il bonus delle liste bloccate, che consente a chi comanda il partito di far eleggere chi vuole. Per tutti gli altri lì dentro, però, questi sono ulteriori motivi per puntare all’inciucio. Riuscirci darebbe la certezza di tornare al governo e di essere decisivi, ancora una volta, nell’elezione del presidente della repubblica (il mandato di Sergio Mattarella scade agli inizi del 2029). E la possibilità di archiviare Schlein come un corpo estraneo rende l’ipotesi ancora più attraente. Così il Pd, che un tempo andava orgoglioso della propria «vocazione maggioritaria», ora grida al golpe per una legge che assegna la maggioranza parlamentare e la possibilità di governare a chi vince le elezioni. E per polarizzare lo scontro attinge, ancora una volta, al paniere delle bufale. Il capogruppo dei suoi senatori, Francesco Boccia, sostiene che per il centrodestra «la maggioranza non è più il 50%, ma il 40», riferendosi al fatto che i 70 seggi di «premio di governabilità» destinati alla prima coalizione si possono ottenere, in teoria, anche con quella percentuale. Non dice che chi vince, in quel caso, avrebbe circa 202 seggi su un totale di 400: un margine con il quale governare, di fatto, sarebbe impossibile.
Nella legge elettorale in vigore, l’«effetto maggioritario» è reso possibile dai collegi uninominali, nei quali va in parlamento solo il candidato che prende più voti, qualunque sia la sua percentuale. Grazie ad essi, e alle divisioni degli avversari, nel 2022 il centrodestra, con il 43,8% delle schede, ha ottenuto il 60% degli eletti di Montecitorio. La legge con cui si votò nel 2013 prevedeva invece un premio di maggioranza vero e proprio, per mezzo del quale il centrosinistra, con il 29,55% dei voti (pochissimi in più del centrodestra), ottenne il 55% dei seggi della Camera. Nulla di strano, all’estero non è diverso: un meccanismo per sovra-rappresentare il vincitore esiste in ogni democrazia che voglia avere governi stabili. Invece raccontano che siamo davanti a qualcosa di inedito e gravissimo. Stefano Bonaccini dice che quel premio «è da legge truffa», Dario Parrini parla di «premio smisurato» con il quale «chi vince può arrivare al 60% dei seggi».
Il loro alleato Giuseppe Conte s’inventa l’esistenza di un «super-premio di maggioranza che regala oltre 100 parlamentari», ossia 70 deputati e 35 senatori, «alla coalizione che prende il 40% dei voti». Ma nulla di questo è vero. La nuova legge elettorale prevede che i «seggi complessivi» che una coalizione può ottenere, compreso il premio, siano 230 alla Camera e 114 al Senato: il 57% delle due aule, non il 60%. E per arrivare a quel risultato la prima coalizione deve raggiungere il 48,5% dei voti: significa che il premio reale, in tal caso, non arriva al 10% dei seggi. I 70 deputati e i 35 senatori, infatti, non sono tutti aggiuntivi, come Conte vuole far credere. Il vincitore avrebbe comunque una quota di quegli eletti, pari alla percentuale di voti presi. Significa che il premio, alla Camera, può essere al massimo di 45 seggi (pari all’11%), nell’ipotesi improbabile in cui lo ottenga una coalizione che abbia preso solo il 35% dei suffragi (senza che questo le dia maggioranza dell’aula, peraltro). Scende con l’aumentare dei voti per il vincitore, diventando di 35 seggi (l’8,8%) se il risultato elettorale tocca il 50%. Lo stesso, mutatis mutandis, avviene in Senato, dove gli eletti sono la metà rispetto a Montecitorio. Non esiste la possibilità che il vincitore abbia il 60% dei seggi, non esiste alcun «premio smisurato», non esiste un «regalo di oltre 100 parlamentari». C’è un Pd che punta dritto all’ingovernabilità e c’è un leader dei Cinque Stelle che non sa fare i conti o bara con i numeri, perché in fondo la palude e l’inciucio vanno bene anche a lui.