Elena Ethel “Kissinger” Schlein detta Elly si era già messa in testa un’idea meravigliosa: «Se andiamo al governo insieme, Trump non sarà mai un alleato». Era gennaio dell’anno scorso. Piglio da stratega di razza, sguardo severo ma giusto al posto del caratteristico Sorriso Durban’s, la segretaria dem voleva dettare la linea a Conte, ammonendolo e forse rinfacciandogli quel «Giuseppi» figlio di una certa sintonia – che in americano si traduce “perculaggine” – provata da Donald per l’allora capo di Toninelli. Tunnel del Brenneto, wonderfull!
Elly, quindi, dalla sua war room al Nazareno – assistita giorno e notte via Bruxelles dal baffone cibernetico e antifascista di Sandro Ruotolo – voleva anche uscire dalla Nato, che è la medesima trovata napoleonica invocata da sant’Ilaria Salis patrona delle case altrui, la quale si candida al ministero degli Esteri pur intendendosene più di Piano Casa.
Ora la Kissinger di Lugano, la quale vanta una certa esperienza in politica internazionale e nella fattispecie americana – ha fatto la volontaria per la campagna elettorale di Obama, unico lavoro che ci risulti oltre a un’esperienza come aspirante regista – Schlein dicevamo rilancia: «Il governo italiano non può rimanere schiacciato sull’amministrazione americana o danneggerà irreparabilmente il ruolo diplomatico che l’Italia ha sempre svolto e visto riconosciuto da tutti gli attori nella regione».
La leader dem incalza il ciuffone: «Trump diceva che avrebbe messo fine ai conflitti e invece produce caos e apre la strada a una pericolosa spirale di guerra dai risvolti imprevedibili su tutta la regione e anche sulla fragile tregua a Gaza». Ah, non come il Premio Nobel per la Pace Obama! Comunque quel gran genio della Schlein, lei saprebbe cosa fare, a Palazzo Chigi farebbe miracoli: «Giorgia Meloni non interviene, neppure l’amicizia che rivendica con Trump ha impedito al presidente americano di non avvertirla dell’attacco».
Elly ha la soluzione: «Chiediamo al governo di fare tutto il possibile per la sicurezza e il rientro celere dei nostri connazionali bloccati nell’area, e di adoperarsi in tutte le sedi multilaterali per il cessate il fuoco immediato, per riprendere il percorso diplomatico e scongiurare un allargamento della guerra dalle conseguenze incalcolabili».
Eccolo Giuseppi, welcome back, bentornato. Il fu premier dichiara di non sentirsi tutelato dal governo Meloni, e in effetti la guida era più salda quando il suo già brillante operato era impreziosito da Luciana Lamorgese al Viminale, Luigi Di Maio agli Esteri e dj Fofò Bonafede non in consolle ma al ministero della Giustizia. «Presidente Meloni», tuona l’uomo di Volturara Appula, «lei ha dimenticato il nostro tricolore, la nostra Costituzione», ma Conte non si riferisce a quella cinese. C’erano “Le Bimbe di Conte” e ora furoreggiano le “Vedove di Khamenei”, che sono anche vedovi.
Angelo Bonelli della Bonelli&Fratoianni spiega che «la Meloni è stata umiliata da Trump», ma il parlamento non è mai stato umiliato da Bonelli, sia chiaro. Il capo dei Verdi continua: «Dobbiamo lavorare per la ricostruzione di una politica del diritto internazionale dell’Onu, totalmente demolita da chi oggi fa della guerra uno strumento per rafforzare i propri interessi economici». A capo delle Nazioni Unite proponiamo Bonelli. E la spalla Fratoianni? Ieri, sul tema, non è pervenuto, ma aveva già pianto l’altro ieri. Tocca a Riccardo Magi, il leader di +Europa, partito escluso dall’europarlamento per mancanza di voti: «Il ministro Crosetto spieghi perché non sapeva nulla». Lo chiedessero a Magi – politicamente, eh – dovremmo ricorrere all’edizione straordinaria.