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Iran, Reza Khan o Simeone, ecco le due strade (opposte) per il futuro

di Giovanni Longoni lunedì 2 marzo 2026

2' di lettura

Reza Khan nacque nel 1878 in un villaggio del Mazandaran, nel nord verde e montuoso della Persia. Figlio di un sottufficiale morto quando lui era bambino, non aveva nulla: né nome, né denaro, né istruzione. Venne arruolato adolescente nella Brigata dei Cosacchi, l'unica forza militare moderna del Paese, addestrata da ufficiali russi. Imparò a combattere prima di imparare a leggere. In lui il fisico era tutto: alto quasi due metri, con una voce che non chiedeva ma ordinava. Nel 1921 marciò su Teheran con tremila soldati. Non incontrò resistenza. La Persia del 1921 era un Paese a pezzi. Lo Scià della antica dinastia Qajar, Ahmad Shah, passava il tempo a Parigi. Gli inglesi controllavano il petrolio del sud. I russi, prima zaristi e poi bolscevichi, premevano a nord. I signori della guerra locali governavano le province come feudi personali. Il Paese non aveva strade, non aveva ferrovie, non aveva un esercito degno di questo nome. Per un po’ di anni il nuovo padrone manovrò il potere a distanza poi, nel 1925, depose lo Scià e sifeceincoronare. Scelse il nome della dinastia: Pahlavi, dall’antica lingua iranica. Costruì ferrovie, università, vietò il velo, ridusse la giurisdizione dei tribunali religiosi, modernizzò l'Iran a forza, come si doma un cavallo. Nel 1941 inglesi e russi, sospettosi per le sue simpatie verso il Terzo Reich, lo deposero. Morì in esilio a Johannesburg, solo, in un albergo. Ma almeno sul trono aveva lasciato suo figlio.

Simeone Sakskoburggotsky aveva sei anni quando divenne re di Bulgaria, nel 1943. Ne aveva nove quando i comunisti abolirono la monarchia con un referendum truccato e lo esiliarono. Visse tra Egitto e Spagna, si sposò, ebbe cinque figli. Nel1996tornò: folle in lacrime, bandiere con il suo ritratto. Ma è l’Europa postcomunista, non la Persia fra le due guerre. Nel 2001 il principe fa una cosa inattesa ma inevitabile: fonda un partito, si candida premier, vince col 43%. Governò 4 anni. Aveva promesso miracoli in 800 giorni mai miracoli si pensava li facessero i monarchi non i premier. Nel 2009 il suo partito prese il 3%. Si ritirò dalla politica ma restò in Bulgaria; anche oggi, ottantasettenne, lo intervistano e dice la sua su tutto.

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Da una parte, l’ultimo uomo che volle farsi re, riuscendoci. Dall’altra, il primo e finora ultimo monarca che si tuffò nel mondo della democrazia parlamentare. Sono le due strade che Reza Pahlavi, sessantenne nipote del fondatore della dinastia, si trova davanti ora che il suo Paese, l’Iran, ha l’occasione di liberarsi dalla dittatura khomeinista. Reza è cittadino americano e finora ha seguito le orme del bulgaro. Ma la Persia è un impero millenario, la sua unità è da sempre fondata su “trono e altare”. E se fosse giunto il momento di fare tre passi indietro? Diventare Scià e dare scacco matto insieme alla tirannide e alla modernità.

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