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I fan di Teheran e la prevalenza del cretino

di Mario Sechi domenica 8 marzo 2026

2' di lettura

Una settimana di guerra è un tempo infinitamente piccolo (quella in Ucraina dura da oltre 4 anni), ma sufficiente per trarne alcune lezioni. Sul campo di battaglia tutto può sempre andare storto, ma l’inventario dei fatti per ora è diverso dai talk show di TeleAyatollah. L’arsenale dell’Iran è in via di esaurimento, i lanci di missili sono crollati, la marina è azzerata, il regime è alle corde, il gruppo di comando vicino a Ali Khamenei è stato spazzato via dai bombardamenti, il successore, il figlio Mojtaba, sarebbe ferito, sul suo nome come Guida Suprema c’è una spaccatura interna, l’intera leadership è braccata dai missili e dai droni.

Se escono di casa, muoiono; se restano in casa, muoiono. Il panico è tale che il regime è impegnato in una surreale campagna di menzogne: sei giorni fa avevano detto di aver affondato la portaerei Abraham Lincoln, ieri hanno affermato che è riapparsa (come l’Olandese Volante), ma ha abbandonato il campo di battaglia. Ricordano le imprese di Muhammad Saeed al-Sahhaf che davanti alle telecamere nel 2003 negava l’invasione dell’Iraq mentre i carri armati americani alle sue spalle entravano a Baghdad. Gli Stati europei si sono allineati alla Casa Bianca, chi per scelta ponderata (Meloni e Merz), chi per improvvisa scoperta della realtà dopo aver sognato la rivoluzione d’Ottobre (Starmer e Sanchez), chi per non finire nell’irrilevanza (Macron). Tutti fanno quello che detta la logica, tutelano lo spazio del Mediterraneo, cooperano con l’America e gli Stati del Golfo. Giorgia Meloni, da leader di un Paese del G7 come l’Italia, ha la sua agenda: difende l’interesse nazionale, non partecipa all’offensiva (che depotenzierebbe la nostra buona diplomazia nell’area del Golfo), mette in campo misure fiscali per mitigare i rialzi dei prezzi sulle materie prime.

Avvisate il campo largo, non c’è nessuna fine del mondo. Sì, ci sono speculazioni, lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso, le infrastrutture del gas e del petrolio nel Golfo hanno subito danni, ma lo scenario è incomparabile rispetto ad altri shock: la crisi petrolifera del 1973 con le domeniche a piedi, un cambio d’epoca che innescò la rivoluzione energetica americana; l’attacco di al Qaeda alle Twin Towers nel 2001 che lanciò l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq nel 2001-2003; il crac globale dei mutui subprime e la tensione sul debito sovrano del 2008; la pandemia e il lockdown nel 2020, con un crollo verticale della produzione; l’invasione dell’Ucraina nel 2022 con la rottura della politica del tubo (del gas) con la Russia. Il vero nemico dell’Italia è il partito dei turbanti della sinistra che soffia sulla paura, accompagnato dal sistema dei media dove la prevalenza del cretino è senza limiti. Anche loro perderanno la guerra.

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