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Marianna Madia lascia il Pd? "Con chi va", smacco totale per Elly Schlein

di Elisa Calessi venerdì 13 marzo 2026

3' di lettura

Ancora non è ufficiale il suo addio al Pd. Anzi, la diretta interessata, per ora, smentisce. Ma in molti si aspettano che l’annuncio arrivi presto. E farà rumore. Perché Marianna Madia non è l’ultima dei parlamentari.

Deputata alla quarta legislatura, è stato uno dei volti del Partito democratico nascente. Dopo aver fatto parte della segreteria tecnica di Enrico Letta, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel secondo governo guidato da Romano Prodi, nel 2008, per volere di Walter Veltroni, fu scelta a guidare la lista del Pd nella circoscrizione Lazio 1 alle prime elezioni politiche in cui si presentò il nuovo simbolo, quelle del 2008. Ed è stato ministro della Repubblica, con delega alla Semplificazione e alla Pubblica amministrazione, prima con Matteo Renzi, che la volle nell’esecutivo passato alla storia per l’assoluta parità di genere e per l’età media molto giovane, poi con Paolo Gentiloni, che la confermò nello stesso ruolo. Porta il suo nome una riforma che ha iniziato a modernizzare la pubblica amministrazione. Mentre negli ultimi tempi il suo impegno si è concentrato sul tentativo legislativo di regolamentare l’accesso ai social da parte dei minori, rendendo più severa la normativa.

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La notizia del suo addio al Pd ha cominciato a circolare ieri. L’ex ministra smentisce con Libero che ci sia alcuna decisione in questo senso. Vero è che, ieri, Madia ha compiuto uno strappo, rispetto al suo partito, che ha attirato l’attenzione di molti e che è stata letta, da molti, come un primo segnale di distacco. «Voto la risoluzione del Pd e firmo quella dei tre gruppi Iv, +Eu e Azione», ha detto fuori dall’Aula, aggiungendo di condividere «tutto il testo e penso sia un buon impianto in vista del Consiglio Europeo e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Ha poi aggiunto che «questo è un grande dibattito internazionale che non deve ricadere nelle nostre piccole beghe interne nazionali e mi sono sentita di fare una cosa che penso sia giusta».

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Al Senato la mozione di Iv, Azione e Autonomie è stata sottoscritta anche da Pier Ferdinando Casini, senatore eletto nel Pd, ma da indipendente. Nelle prossime settimane si vedrà se lo strappo di ieri avrà un seguito e quale. L’approdo dovrebbe essere Italia Viva. Il che non sarebbe una sorpresa, dal momento che, dopo Veltroni, il leader che più l’ha valorizzata è stato senz’altro Renzi. Non era passata inosservata, poi, la sua presenza all’ultima Leopolda, segnata da un’accoglienza particolarmente calorosa. La domanda che, ieri, in Transatlantico, in molti si facevano e se altri la seguiranno. Si guarda, naturalmente, ai riformisti: Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Sandra Zampa, Graziano Delrio, Filippo Sensi, Pina Picierno, Giorgio Gori, Simona Malpezzi. Di questi, il più sofferente è Delrio. Il quale, peraltro, sente anche le pressioni di quel mondo cattolico -democratico che da tempo soffre nel Pd, non sentendosi più né rappresentato, né ascoltato. Alcune settimane fa ha lasciato il Pd anche Elisabetta Gualmini, euro parlamentare, di impronta riformista. I motivi non mancano. Dalla politica estera a quella sul lavoro (vedi il referendum sul jobs act), le distanze con la linea dell’attuale dirigenza del Pd sono sempre di più.

Si aggiunge che, avvicinandosi la scadenza delle elezioni politiche, in molti ragionano sulle chance di essere ri candidati o no. Che resti l’attuale legge elettorale o che cambi nella direzione immaginata dalla maggioranza, la scelta sarà nelle mani di Elly Schlein la quale ha intenzione di portare in Parlamento i suoi fedelissimi e magari qualche nuovo volto preso dai territori, ma sempre vicino all’attuale guida del Pd, così da avere gruppi parlamentari più coesi. Una mano, in questo senso, gliela darà anche lo statuto del Pd, che prevede un limite di tre mandati dopo il quale non ci si può più ricandidare, a meno di una deroga votata dalla direzione. E ad aver bisogno di una deroga, questa volta, saranno in parecchi. Il fatto è che Schlein, questa volta, intende concedere pochissime di deroghe. Ed è un altro incentivo per guardarsi intorno e ragionare sul futuro.

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Si guarda a Italia Viva, ma anche ad Azione. I contatti e i tentativi di approccio, del resto, sono in entrambe le direzioni. Anche dai partiti del centro del centrosinistra si cerca di convincere i riformisti del Pd a lasciare la Ditta. Tanto più se, come è probabile, in vista delle prossime elezioni politiche dovesse nascere un contenitore riformista che riunisce tutti i cespugli di centro. Per questo è probabile che le uscite si consumeranno più avanti. Ma ci saranno.

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