Zaia, cos’ha imparato da Bossi?
«Umberto è stato un leader strepitoso, un trascinatore. Ci diceva sempre “Ricordatevi che siete al servizio della gente”. Ci ha insegnato a dare voce a quella foresta che non ne ha, al popolo, alla gente comune. Dev’essere questa la sua eredità: noi facciamo politica per essere dei servitori. Il suo mantra, un esempio di vita, era “Schiena dritta, idee chiare e sempre dalla parte della gente”».
Luca Zaia, il Doge, è stato per quindici anni governatore del Veneto. A novembre è stato eletto consigliere regionale con un plebiscito, oltre 200mila voti, il più votato di sempre. Non poteva più candidarsi alla guida della Regione per il vincolo dei mandati. Oggi è presidente del Consiglio regionale. Ha vissuto tutte le fasi della Lega. Il primo incarico politico è del ’98 come presidente della Provincia di Treviso. Poi il grande salto. Prima di diventare governatore è stato per due anni ministro delle Politiche agricole, governo Berlusconi. Bossi in quel governo era ministro per il Federalismo.
Com’era il senatùr in Consiglio dei ministri?
«Le dico una cosa che porto nel cuore e non scorderò mai...».
Prego.
«In quegli anni, quando mi ha voluto come ministro dell’Agricoltura, ero un semisconosciuto. C’erano un sacco di casini: blocchi stradali, proteste. Si ricorda? Alla fine facemmo la legge sulle quote latte, la feci io insieme all’Unione europea e riuscimmo a uscire da un bel caos. Ecco, in quel periodo in Consiglio dei ministri potevo contare solo su di lui. Bossi vedeva che avevo questo fardello. Mi ha rassicurato: “Tranquillo, noi della Lega non lasciamo solo nessuno”, e così è stato».
Zaia, il suo sogno è l’autonomia. Nasce col Federalismo...
«Quando ne parlava lui sembrava una cosa da pazzi: se parlavi di Federalismo eri razzista. Umberto è nato con l’idea della Padania, il sindacato del Nord. L’Italia da centralista doveva diventare federale, la strada era obbligata ma lui l’ha capito prima di tutti. Oggi se vai in giro per l’Italia e chiedi “Tu sei federalista?” non trovi nessuno che risponda no».
Si informava sul percorso dell’autonomia differenziata?
«Non c’è mai stata una volta che non mi abbia chiamato per chiedermi come procedesse. Il progetto è suo. Io poi ho incardinato il referendum che in Veneto ha permesso di fare entrare definitivamente il tema nel dibattito attuale, ma il merito è suo».
Ricorda il primo incontro?
«Lo vidi a tre chilometri da casa mia, nel Trevigiano. Arrivò in mezzo ai campi con una vecchia Citroën, melo ricordo pelle e muscoli. Era gracile ma trasmetteva una forza incredibile. Parliamo di una quarantina d’anni fa. Ricordo che c’era una protesta...».
Ha cominciato a fare politica grazie a lui?
«Assolutamente. Ho sempre e solo militato nella Lega. Non ho mai pensato ad altri partiti. Erano gli albori. Mi colpì subito perché era un leader carismatico da paura. Aveva una visione unica».
Quando l’ha sentito l’ultima volta?
«Mi ha telefonato a fine novembre dopo le elezioni regionali, qui in Veneto».
Cosa le ha detto?
«Pur nelle difficoltà nell’eloquio, che purtroppo aveva da tempo, ha fatto un’analisi lucidissima non solo del voto in Veneto ma di tutta la situazione geopolitica con una cura maniacale. Si è soffermato sul mondo che sarebbe stato sempre più destabilizzato, mi ha detto “Luca, bisogna prepararsi a una nuova stagione di difficoltà internazionale”. È sempre stato lucidissimo nelle analisi, fino alla fine».
Com’era il Bossi privato?
«Di una bontà e generosità uniche. Ma mi lasci aggiungere una cosa sul politico...».
Dica.
«Lui non ha scritto una pagina di questo Paese. Ha scritto libri di storia. Questo Paese è figlio del Bossi-pensiero. È stato un comunicatore ante litteram. Pontida se l’è inventata lui. Un giorno gli chiesi “Perché Pontida?”. Lui rispose: «Perché la storia lascia il segno, e Pontida è un pezzo di storia».
Un’immagine degli incontri con lui...
«Sigari e Coca-Cola. Era ipnotico. Stavamo ore ad ascolarlo».