Umberto Bossi se ne è andato. L’uomo che con il suo fiuto politico, misto a una lucida follia, aveva risvegliato il Nord e travolto la politica italiana, ha chiuso gli occhi per sempre alle 20.30 di ieri all’ospedale di Varese, dove era stato ricoverato mercoledì. Aveva 84 anni. Lasciala moglie Manuela Marrone e i figli Riccardo (avuto dal primo matrimonio con Gigliola Guidali), Renzo, Roberto Libertà ed Eridano Sirio.
Era nato a Cassano Magnago, in provincia di Varese, il 19 settembre 1941 e a raccontarla la sua vita sembra un romanzo. Da quando negli anni ’60, chitarra in mano e lupetto nero d’ordinanza, faceva il cantautore col nome d’arte di Adamo. Poi l’incontro con la politica.
Prima un breve flirt a sinistra, ma leggenda vuole che la scintilla con l’autonomismo scoccò tra i cortili dell’Università di Pavia, dove era iscritto a medicina e dove nel 1979 s’imbatté in un volantino dell’Union Valdôtaine, allora guidata da Bruno Salvadori. Proprio l’incontro col giornalista gli cambiò per sempre la vita. E non solo la sua. Il 12 aprile 1984 nacque la Lega Autonomista Lombarda. Con lui un altro politico di razza che ci ha lasciati troppo presto, Roberto “Bobo” Maroni. L’anno dopo, a Varese e Gallarate, vennero eletti i primi consiglieri comunali. Nel 1987 arrivarono i primi eletti in Parlamento: Giuseppe Leoni alla Camera e lo stesso Umberto Bossi in Senato. È in quel momento che nasce il soprannome di Senatùr e prende il via una cavalcata politica clamorosa, che fanno di Umberto un animale politica di rara intelligenza e scaltrezza. Dalla grande intuizione di riunire per la prima volta i litigiosi movimenti autonomisti nella Lega Nord (1989), all’infornata di parlamentari del 1992: un’ottantina che Bossi mise in “quarantena” in un residence per evitare le tentazioni di “Roma ladrona”. Passando per i raduni sul prato di Pontida, dove la prima Lega Lombarda giurò di sconfiggere l’invasore.
Poi l’alleanza turbolenta con Silvio Berlusconi e l’epica fase secessionista, culminata con la tre giorni iniziata con l’ampolla presa alle sorgenti del Po a Pian del Re, la catena umana sul “fiume sacro” e chiusa con la proclamazione, a Venezia, della Padania il 15 settembre 1996. Nel 2001 divenne ministro delle Riforme (fece il bis dal 2008 al 2011). Poi quel maledetto quel maledetto 11 marzo 2004, quando un ictus non ci portò via l’uomo, ma limitò il politico. Bossi è stato senza ombra di dubbio il leader più capace a capire e cavalcare il terremoto politico di Tangentopoli e il più scaltro a intuire e gestire la discesa in campo di Silvio Berlusconi. C’è, però, una cosa che più di tutte resterà scolpita nella biografia dell’Umberto: è stato l’uomo che ha saputo ridare dignità al Nord e al suo Popolo, che ha fatto capire ad un’intera generazione di ragazzi e ragazze che la politica non era un affare riservato a notabili da Roma in giù, ma che anche la Padania, motore morale ed economico del Paese, doveva partecipare attivamente alla vita politica. Ci ha lasciato nel giorno della festa dedicata ai papà. Lui che è stato il padre politico di almeno un’intera generazione. Anche questo vorrà pur dire qualcosa.