Umberto se ne è andato e il Nord è rimasto sempre più solo. Però è tutto diverso da come lui l’aveva vissuto e trasfigurato. Gianfranco Miglio parlava difficile, ma ti incantava ed era stato l’ispiratore di una radicale riforma federalista dell’Italia che si sarebbe trasformata sotto la guida di una nuova classe dirigente. Umberto parlava come un elettrotecnico che aveva fatto le scuole serali e credeva nei miti che trascinavano le famiglie tutte intere ai suoi comizi perché tra idee, linguaggio del corpo e della mente, contraddizione non ve ne era alcuna. L’Italia che ci si trovava dinanzi, negli anni in cui Umberto fondò la Lega e il mito padano, era quella centralizzata da un Risorgimento dominato dal principio monarchico e debolmente unificata da una Costituzione nata nel pieno della Guerra Fredda e della neutralizzazione delle opposizioni. Un’Italia in cui a unificare centro e periferia non erano né i prefetti francesi né il federalismo tedesco, ma i partiti politici: Roma capitale era il centro di tutto e ciò non faceva che frenare produzione e lavoro.
Dal triangolo industriale e poi dalle Italie di mezzo e dal Veneto venivano i reticoli diffusi delle imprese familiari e artigiane che si moltiplicavano e entravano nei mercati mondiali, mentre una a una - sino a oggi - ne uscivano le grandi imprese private. Nel mentre, saliva un rumore quando cambiò il verso del capitalismo mondiale e con Tangentopoli, le corporations e lo Shadow Banking System, imposero il liberismo e l’Ue, l’imbianchino polacco che poteva essere retribuito in Italia come lo era nel suo Paese natale, mettendo in crisi tutti gli artigiani indipendenti che con la Fiat, la Pirelli, le Officine Meccaniche Reggiane, la Lanerossi, aveva fatto l’Italia. Ebbene, quel rumore divenne sempre più assordante e divenne protesta. E allora Umberto dimostrò che cosa sanno fare le classi popolari se gli si dà fiducia: sanno far politica con l’astuzia degli avi contadini. Così Umberto mandò in frantumi il manuale Cencelli delle convergenze parallele e riuscì a far star insieme l’arci-nemico monopolista Berlusconi, lo scissionista missino con il volto di Fini e le manine democristiane che rimanevano vive e presenti, ma sotto altre spoglie.
L’onda lunga del consenso arrivò e fu un tale trionfo a cui sarebbe bastato che un progetto intellettuale rinascesse (era morto Miglio) per continuare la rotta verso un partito dei produttori, che era quello che è sempre mancato all’Italia e che solo Bobo Maroni avrebbe potuto interpretare e con Matteo Salvini guidare. Il fato colpì sia Umberto - l’eroe innovatore e gli tolse la forza decisionale che è l’indispensabile fisica virtù della Politica, con la P maiuscola - sia Bobo, che avrebbe saputo tenere la rotta e cambiare marcia. Matteo si trovò l’eredità di entrambi e salvò il salvabile, mentre l’Unione europea tradiva tutte le sue promesse e la Bicamerale dalemiana - che avrebbe potuto porre le basi di una nuova Italia - falliva miseramente per quella mancanza di forza e di coraggio di saper parlare al popolo e così farlo ancora esistere per cambiare finalmente l’Italia. Non ce la si può fare senza la forza creativa delle masse, solo una élite alle masse quella forza può donarla, educandola e interpretandone i bisogni. Questo era stato il miracolo di Umberto. Mentre politicamente lui moriva, l’Italia dell’impresa e del lavoro, da cui quel miracolo della Lega scaturiva, anch’essa declinava e tracimava nella crisi in cui siamo immersi. Il fanatismo regolamentare ecologista era il nuovo volto di una macchina impersonale distruttiva che s’era via via sostituita alla «Roma Ladrona» dei tempi originari. Troppi gli appuntamenti mancati, ahimè, troppo il rimpianto, grande la necessità di ripensare e ricostruire. Solo Umberto non ha mancato l’appuntamento con la storia delle persone perbene che sanno amare chi servono fedelmente.