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Referendum, e ora il campo largo che cosa farà di questa vittoria?

Se l'obiettivo del fronte del no era l’abbattimento, indebolimento e quant’altro del governo e il rafforzamento della prospettiva dell’alternativa al centrodestra, le carte si sono improvvisamente pasticciate
di Francesco Damato martedì 24 marzo 2026

3' di lettura

La buonanima di Palmiro Togliatti, di astuzia e realismo riconosciutigli anche dagli avversari, e dai dissidenti interni al Pci che esistevano al di là di ogni disciplina ostentata, rispose con una laconica domanda a Giancarlo Pajetta che gli comunicò nell’immediato dopoguerra di avere occupato baldanzosamente la Prefettura di Milano. «E ora che ve ne farete? », chiese “il Migliore” abbassando la cornetta del telefono.

In assenza di Togliatti, di Pajetta, del Pci e di tutto il resto, ma in un contesto politico assai più complesso delle apparenze e dei desideri o progetti di protagonisti, attori e comparse della sinistra attuale, si può chiedere ai vincitori del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura che cosa faranno ora della vittoria del loro no. Se l’obiettivo del fronte del no era - come dichiarato senza remore anche da chi aveva deciso apposta di abbandonare il fronte del sì - l’abbattimento, indebolimento e quant’altro del governo e il rafforzamento della prospettiva dell’alternativa al centrodestra, le carte si sono improvvisamente pasticciate. Non parliamo poi delle carte della magistratura, che ha salvato le sue carriere congiunte e il suo Consiglio cosiddetto superiore finito ostaggio dell’associazione delle toghe e delle loro correnti, ma è scesa dal gradimento del 90 per cento e oltre di una trentina d’anni fa a quello di poco più del 50 per cento di adesso.

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Ma torniamo alle carte della politica. L’ex premier Giuseppe Conte è stato il più lesto nel saltare sul carroccio non della Lega ma del no referendario, nel rivendicarne sostanzialmente la guida, nel ribadire il percorso lento della elaborazione di un comune programma dell’alternativa e nell’imporre, non più accettare, la procedura delle primarie per scegliere il candidato a Palazzo Chigi nelle elezioni dell’anno prossimo. Al di là delle apparenze, verbali e mimiche, la segretaria del Pd Elly Schlein non può avere accolto con sollievo la reazione, prenotazione e quant’altro di Conte, o di “Giusè”, come sembra che lo chiami quando non riescono ad evitarsi e debbono incontrarsi, salutarsi e persino abbracciarsi davanti a fotografi e operatori televisivi. Le sarà difficile inseguire masochisticamente Conte in questa avventura continuando a tenere a bada il Pd. E non solo i dissidenti usciti allo scoperto nella campagna referendaria sposando la causa del sì, peraltro più coerente con le posizioni del partito del Nazareno sino a qualche anno fa, non decenni.

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Anche quelli che per disciplina, buona educazione, opportunismo, per non compromettere le candidature prossime venture alla Camera e al Senato, hanno consentito alla segretaria di cambiare linea e saltare sulle barricate o le baionette del no, potrebbero cominciare a fare i conti con la realtà. E a chiedersi se tanta disinvoltura valesse e valga il prezzo che ora non chiede ma impone lo scomodo, scomodissimo Conte, conferendogli una bella riserva di bignè di San Giuseppe che ancora continuano a sfornare le pasticcerie anche a festa finita. Non c’è tuttavia solo la Schlein e il Pd da tenere d’occhio nello scenario aperto a sorpresa dal risultato del referendum sulla riforma della magistratura. Ci sarebbero da considerare anche le cosiddette componenti centriste o terzopoliste del largo camposanto. Avranno lo stomaco per continuare dove stanno, o si sono messi a giorni alterni? Di tutti questi problemi la pur sconfitta referendaria Giorgia Meloni non ha neppure l’ombra nella sua coalizione. Ha solo perso una mano della partita della legislatura in corso. Una mano affrontata col coraggio mancato ad altri.

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