Fu una giornata terribile. Perché dimettersi da ministro - soprattutto quando sai che non è giusto - è davvero brutto, ti passa davanti un percorso fatto di battaglie politiche. Ti ricordi la tua gioventù con tanti amici al fianco, i cortei, la voglia di restare in piedi in un quel mondo di rovine. Poi, arriva il momento, perché c’è una comunità attorno a te. Ti chiedono ma è possibile? Quella mattina di marzo 2006 fu come un film horror.
Erano i primi giorni del mese, andavo a La7 - il destino... - per Omnibus. Nella mazzetta dei giornali sulla prima pagina del Corriere della Sera un articolo sparava che c’era un’inchiesta su di me per aver fatto “pedinare” Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini. Era l’inizio di un calvario. Una roba inventata. Chiamai Fini e ci vedemmo poco dopo a via della Scrofa.
Con la contrarietà totale di Berlusconi - che era il nostro capo del governo - io e Gianfranco, insieme, decidemmo per le dimissioni. Non ero parlamentare, rischiavo l’arresto, “ma chi se ne frega”. «La dignità vale più di una poltrona», dissi il giorno dopo alle militanti di An riunite perla Festa della Donna per poi recarmi al Ministero della Salute per l’ultima volta, a firmare la lettera di dimissioni.
Non mi andava di pesare sul governo. Silvio mi urlò al telefono: «Le respingerò». «E io te le rimando», gli risposi, con l’affetto che il figlio deve al padre. È nel momento delle difficoltà che si vedono i politici con gli attributi. Tanto ogni giorno dalle procure passerà una velina in redazione, per continuare a fare male. I magistrati hanno preso di petto Daniela Santanchè e Andrea Delmastro, che magari fra chissà quanto tempo saranno assolti - a me il Laziogate costò sette anni tra indagini e processo conclusi col solito fatto che non sussiste - ma ora è il momento di uscire da ogni speculazione.
Ieri si è dimessa anche Giusy Bartolozzi, la capo di gabinetto di Nordio al centro di polemiche furiose per le sue frasi contro i magistrati. Devono decidere anche altri. Delmastro lo ha fatto. C’è da difendere il governo. Sotto assedio come al solito, con l’aggravante del “No”. Io stesso, dopo l’assoluzione, mi sono chiesto tante volte se quelle mie dimissioni fossero state necessarie. Ma fu il senso di lealtà a determinarmi in quel senso. Anche di fronte ad un «fatto che non sussiste». È vero, ora a Delmastro rimproverano perfino di aver rivenduto le quote del famoso ristorante. Doveva avvenire gratuitamente, così lo avrebbero massacrato ancora di più?
Il Laziogate era esploso l’anno prima, a 15 giorni dal voto per le regionali che poi avrei perso. Allora non mi riguardava direttamente, ma ero il presidente della Regione. E i giornalisti non mi chiedevano come sarebbe stata la sanità dopo il voto, ma se sapevo che cosa era successo. Ogni giorno. Certo che ti penti ad aver mollato l’incarico se la “giustizia” ci mette sette anni a riconoscerti innocente. Compresi tutti gli altri imputati.
Ma con questo popolo che vota per il giustizialismo c’è ancora molta strada da percorrere. E liberi da incarichi di governo si può volare meglio per la battaglia giusta da riprendere. Quel clima politico e mediatico diventato incompatibile con la permanenza al governo assomigliava molto a ciò che accade ora. Tutti valutino bene che cosa sia meglio fare per essere finiti nel mirino e non da oggi.
A testa alta, con l’orgoglio di essere dalla parte giusta. È una storia comune a indicarci la via giusta da seguire, senza che nessuno possa incolparvi se farete esattamente l’opposto. Perché comunque qui resteremo, al vostro fianco.