«Marina Berlusconi? Sì, mi ha telefonato per farmi i complimenti».
Radio-Parlamento racconta che la presidente di Fininvest e Mondadori sarebbe il grande sponsor della sua nomina...
«Leggo anche io sui giornali queste ricostruzioni. Sono completamente fantasiose. A Marina mi legano lo stesso affetto e la stessa stima che univano i nostri padri e sarà sempre così. Ma lei è molto rispettosa della vita del partito. Dietro questo avvicendamento non c’è la sua manina. So però che è contenta che la scelta sia caduta su di me».
E lei, è contenta?
«Mi addolora lasciare la presidenza della Commissione Esteri e Difesa, soprattutto in questo momento, ma questo passaggio era nell’aria da mesi e sono pronta».
Il referendum l’ha accelerato?
«Al contrario, lo ha rallentato, perché non volevamo cambiare le cose prima del voto».
Sarà Stefania Craxi a guidare il gruppo di Forza Italia a Palazzo Madama in questo ultimo scampolo di legislatura. La sua nomina è avvenuta per acclamazione, subito dopo le dimissioni di Maurizio Gasparri, il predecessore. «Ho ricevuto una telefonata da Antonio Tajani da Parigi. Mi ha chiesto di raggiungere i miei colleghi di Forza Italia, che erano riuniti», racconta la senatrice. «Lì è avvenuto tutto, in piena trasparenza e spirito di collaborazione. Sotto l’egida del nostro segretario, che ha gestito il passaggio in prima persona».
Spinto dalla lettera di 14 senatori azzurri, tra cui due ministri, che chiedevano la sostituzione di Gasparri...
«Io quella lettera non l’ho neppure letta, né lo farò. Ripeto: era tutto concordato da tempo. L’impegno di capogruppo è tra i più logoranti della politica. Il ricambio dopo un po’ è fisiologico».
Che significato ha la sua nomina?
«Sono milanese, vivo a Roma da tempo e ho origini siciliane e pure toscane. Forse la scelta su di me risponde all’esigenza di riequilibrare il partito, i rapporti tra Nord, Centro e Sud».
E che indirizzo darà la sua guida al partito?
«Mi sforzerò di avere una gestione più corale della squadra. Credo questo sia uno dei temi forti del partito. Il gruppo lavorerà facendo leva sulle competenze di tutti».
La sua nomina fa parte quindi dell’operazione di rinnovamento in corso nel centrodestra dopo il referendum?
«Ho una certa età e una lunga storia. Semi metto a parlare di rinnovamento, faccio ridere i polli. Sono già nonna. Parlerei dell’importanza di dare un’immagine diversa del partito da qui alle elezioni».
Secondo quali direttrici?
«Europeismo della ragione e atlantismo senza se e senza ma. Però anche senza nessuna subalternità verso gli alleati. E poi, liberare l’economia dai troppi lacci che la imbrigliano: la politica troppo spesso si concentra sulla distribuzione della ricchezza senza preoccuparsi prima di come produrla, che è invece la domanda che Forza Italia si pone da sempre».
A questo proposito, uno dei temi che dovrà affrontare da capogruppo è forse anche la richiesta di qualche parlamentare azzurro di marcare un po’ le distanze dalle altre forze della maggioranza, marcando di più l’identità di Forza Italia?
«È questa la richiesta dell’elettorato. Dobbiamo rilanciare l’azione politica e definire bene la traiettoria da seguire da qui a fine legislatura».
Si è sbracato troppo prima del referendum?
«Ma anche dopo, se penso al collega di M5S, Francesco Silvestri, che nel suo intervento alla Camera si è vantato di “godere nel vedere la maggioranza schiumare”. Ecco, questi non saranno mai i miei toni. Voglio lavorare con tutti i parlamentari, anche quelli dell’opposizione, con spirito di unità e raccordo. In particolare con il capogruppo di Forza Italia alla Camera».
Che resterà Paolo Barelli?
«Certamente».
Perché la riforma della giustizia è stata bocciata dagli elettori?
«Credo chi sia il concorso di molti fattori. La guerra ha spaventato e inciso, anche se il governo l’ha condannata e non ne ha nessuna responsabilità. In più, l’elettorato italiano, in particolare quello di sinistra, è pervaso da una cultura conservatrice. Solo i socialisti in questo Paese sapevano vincere i referendum».
Altri tempi...
«L’elettorato era meno polarizzato e quindi si potevano spiegare a fondo le ragioni di una legge. Nel referendum sulla giustizia non ci siamo riusciti, anche perché il meccanismo dei social ha manipolato l’informazione». Però non si può dare sempre la colpa ai social... «Se si banalizza e si ricorre alla logica del “me contro te”, è facile che all’elettore sfugga il reale interesse del Paese».
È stata una sconfitta del governo?
«Direi soprattutto degli italiani, visto che la riforma era pensata per migliorare la giustizia per i cittadini. Comunque non cesseremo di combattere la battaglia per una giustizia più giusta».
Si prevede un anno difficile per il governo: venti di guerra, di crisi, un’opposizione galvanizzata...
«Sarà un anno in cui il centrodestra di governo dovrà assumersi le proprie responsabilità e darsi nuove prospettive. Non mi spaventa, lo abbiamo sempre fatto».