Ancora non hanno convocato le primarie che già litigano. E su dossier non proprio trascurabili, come il decreto che rinnova il sostegno militare italiano all’Ucraina. Per adesso lo scontro riguarda- non ce ne vogliano i diretti interessati - le seconde file. Ma dietro, e i voti in Parlamento sono lì a dimostrarlo, ci sono i leader. Ovvero Elly Schlein e Giuseppe Conte. La segretaria dem, per non guastare il clima da luna di miele che pare regnare nel “campo largo” dopo il referendum, ha provato a minimizzare: «Troveremo un accordo anche sulla politica estera». Ma anche lei sa da un pezzo che su uno dei principali dossier internazionali, l’invio delle armi a Kiev, Pd e M5S (ma anche Avs) sono agli antipodi. «C’è una distanza che rimane sul supporto all’Ucraina», ha ammesso nella conferenza stampa all’Associazione della stampa estera, a Roma. «Noi», ha ricordato riferendosi al suo partito, «abbiamo continuato a sostenere l’Ucraina con ogni mezzo necessario». Sottinteso: il M5S no. Il guaio è che i pentastellati non fanno niente, sull’argomento, per mettere la polvere sotto il tappeto. Il senatore Stefano Patuanelli, ex ministro, ex capogruppo, non vedeva l’ora di fissare il paletto dopo il referendum: «Credo che noi al governo ci fermeremo con gli aiuti militari all’Ucraina».
Parole cui hanno risposto per le rime non solo Azione di Carlo Calenda e il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin - che però non fanno parte del “campo largo” - ma anche Filippo Sensi del Pd, che di Patuanelli è collega a Palazzo Madama. «Patuanelli crede che “con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti militari all’Ucraina”. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione». Più chiaro di così: “Noi”, il Pd, a favore del pacchetto aiuti a Kiev, “loro”, il M5S, dalla parte della Russia. Una distanza incolmabile, posto che anche Schlein - e non solo il “riformista” Sensi - ha ammesso l’esistenza della frattura tra i due azionisti di maggioranza dell’attuale opposizione. Patuanelli martedì, in un’intervista a Formiche.net, aveva di fatto anticipato la sortita sugli aiuti a Kiev: «Certamente sul tema della politica estera ci sono distanze maggiori, figlie di tante cose però. Intanto di una serie di posizioni che il Pd ha iniziato ad assumere, penso alla guerra ucraina, quando il segretario del Pd era Enrico Letta e non era Elly Schlein».
La cronaca di quanto accaduto in Parlamento dall’inizio dell’offensiva russa- 24 febbraio 2022 - lo dimostra: dem e pentastellati si sono sempre trovati su fronti contrapposti. L’unica volta che non è successo è stato solo per una motivazione tattica e procedurale. È accaduto all’inizio dell’anno al Senato, quando il governo ha deciso di ricorrere alla fiducia sul decreto. Una mossa per “stanare” Futuro nazionale, la nuova formazione politica di Roberto Vannacci. Alla Camera, invece, sul provvedimento è andata in scena la tradizionale divisione: Pd favorevole (ma non alla fiducia), M5S e Avs contrari (sia alla fiducia, sia al decreto in sé). Una frattura che si è verificata in ogni voto sui decreti per Kiev. E fin dall’inizio. Nel primo pronunciamento della legislatura sulle armi, che prorogava quanto già deciso durante il governo Draghi, M5S e Avs, e in solitudine, votarono contro (decreto legge 185/2022). Tutti favorevoli gli altri gruppi. L’anno successivo, stesso film: a Palazzo Madama e Montecitorio gli unici gruppi a votare contro il provvedimento furono M5S e Avs. Idem nel 2024, quando nella fretta di mettere il cappello sul “niet” Conte dimentica il partito di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: «Ancora una volta il Movimento 5 Stelle costituisce un’eccezione: abbiamo votato No all’invio di ulteriori forniture militari per l’Ucraina». Vero, ma i grillini non ebbero l’esclusiva: anche Avs disse No. Per dire quanto ci tiene l’ex premier, ogni volta che può, a differenziarsi sul dossier. Così non ha avuto difficoltà a spalleggiare Patuanelli, che peraltro è uno dei suoi cinque vice (non vicari, però): «È in coerenza con la posizione che abbiamo preso da subito: quello di condannare la Russia e spingere per un negoziato». Elly non ci vuole pensare: «Ho fiducia che troveremo l’accordo su tutto».