Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. O magari sono sempre rimasti lì, costretti per pudore a incontri fugaci nei privé dei ristoranti, ma pronti a riprendersi la scena. E per Giuseppe Conte la storia con Donald Trump coincide con i migliori anni della sua vita, quelli della coabitazione di governo con il Pd. Si sa come andò: l’esecutivo gialloverde era morto e quello giallorosso tardava a comparire, ma ogni ostacolo fu rimosso dal tweet del 27 agosto del 2019 con cui il presidente americano si augurava che «il rispettatissimo primo ministro della repubblica italiana, Giuseppi Conte», restasse in carica. Il motivo, spiegava, era che «collabora efficacemente con gli Stati Uniti».
Impossibile dargli torto. Il M5S aveva vinto le elezioni promettendo lo smantellamento del Muos, il grande sistema satellitare statunitense nella base militare di Niscemi, Beppe Grillo aveva gridato che gli yankee sarebbero stati rispediti «a casa loro», ma nulla di questo era successo col «governo del cambiamento». Tra Roma e Washington ogni cosa era stata smooth as silk, liscia come la seta delle pochette del premier. I Cinque Stelle erano riusciti a prendere i voti degli antiamericani per farsi poi ringraziare da Trump. Un copione che potrebbe ripetersi adesso. Sono le 13.10 di ieri quando Conte entra nel ristorante Sanlorenzo in via dei Chiavari. Arredamento moderno, specialità di pesce, con recensione nella guida Michelin e prezzi all’altezza del menu. Con in più il pregio di essere dall’altra parte di corso Vittorio rispetto a palazzo Madama e agli altri centri del potere. Un posto dove trovi notai, avvocati e proprietari immobiliari benestanti, lontano dal solito giro di parlamentari e cronisti. Se solo non ci fosse l’autore di questo articolo seduto a un tavolo, alle prese con un bicchiere di Sauvignon e un crudo di pesce.
Conte indossa la grisaglia e la cravatta rossa, assieme a lui c’è un uomo in vestito blu e cravatta turchese che sembra uscito da una serie tv sui ricchi italoamericani. Solo che questo non è un attore, ma l’originale: si chiama Paolo Zampolli, classe 1970, nato a Milano e diventato businessman negli Stati Uniti. È amico di Trump, nel senso di amico-amico: fu la sua agenzia di modelle a far ottenere il visto d’ingresso per lavoratori specializzati a Melania Knauss, futura signora Trump. Quando i due si sposarono, Zampolli era lì. Durante questo mandato, il presidente lo ha nominato «inviato speciale degli Stati Uniti per le partnership globali», incarico che fa di lui una sorta di ambasciatore personale e informale dello stesso Trump. Un biglietto da visita che gli ha consentito di incontrare Matteo Salvini nel 2025. E adesso, appunto, il capo dei Cinque Stelle. Entrati nel ristorante, lui e Conte sono subito condotti in una delle due sale private al piano di sotto. Li accompagna una ragazza che avrà meno di trent’anni, dall’aria molto professionale e il portamento da modella. «Però sei mio ospite», dice Zampolli a Conte mentre scendono la scaletta a chiocciola. La stanza non ha la porta, un separé protegge la privacy del terzetto dagli sguardi dei clienti che escono dal bagno.
Il caso vuole che questo incontro avvenga poche ore dopo che si è saputo che il governo italiano ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi. Così la politica dei Cinque Stelle si svolge su piani paralleli. Una è quella pubblica, che tutti possono vedere. I loro capigruppo nelle Commissioni Difesa di Senato e Camera attaccano il presidente americano, dicono che quanto avvenuto dimostra «che gli Stati Uniti di Trump ritengono di poter usare le basi italiane come vogliono, contando sull’acquiescenza della sua amica Meloni». I responsabili siciliani del M5S elogiano «la pressione popolare» che secondo loro «ha costretto» il governo a negare l’uso della base. La linea ufficiale del movimento, insomma. Lo stesso Conte, pochi giorni fa, ha detto che «non possiamo permettere atti di bullismo di Trump», che sulla guerra all’Iran «si è dannatamente incartato, non sa come uscirne, è un fallimento». Nell’upside down di un ristorante romano, però, succede qualcosa di molto diverso.
Forchetta e coltello in mano, fuori dalla pubblica arena, Conte spiega all’uomo di Trump la situazione italiana e il percorso che dovrebbe farlo prima candidato premier del campo largo e quindi capo del prossimo governo. Come si confà a chiunque abbia certe ambizioni: già introdotto agli arcana imperii, Conte sa che senza essersi accreditati presso chi comanda a Washington si va poco lontano.
I tre escono dal ristorante poco prima delle 15, dopo un’ora e 45 minuti di colloquio, evidentemente destinato a rimanere segreto. In questa sua trasferta romana, Zampolli ha raccontato sui social network di aver incontrato monsignor Vincenzo Paglia dopo la messa della domenica delle Palme (per parlare «della direzione globale dell’intelligenza artificiale») e il ministro Andrea Abodi nella giornata successiva («Abbiamo discusso dell’importanza di promuovere la diplomazia sportiva in linea con l’agenda visionaria di Marco Rubio»). Nessun riferimento, invece, al pranzo con Conte, che ad oggi risulta essere l’unico esponente dell’opposizione italiana ad aver avuto l’opportunità di confrontarsi con l’amico di Trump. Chissà cosa ne pensano Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.




