Lui è ancora disturbante per loro, anzi perturbante nel senso tecnico-freudiano, «quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». Lui è Umberto Bossi, consegnato alla storia ancora prima della scomparsa fisica, rottamatore della Prima Repubblica e cofondatore della Seconda. Loro sono i sepolcri imbiancati della sinistra contemporanea, pettinati, tetragoni nelle loro pseudocertezze da Ztl risentita, feroci odiatori dell’Altro che è sempre barbaro e puzzolente. Figuriamoci lui che, appunto, fa riaffiorare il rimosso, cioè che era loro “noto” e “famigliare”: una lettura della società, un radicamento nei luoghi della produzione e del lavoro, una consuetudine con il mondo della vita, che è anzitutto mondo del popolo. Tutto un armamentario che la vecchia sinistra comunista, polverosa, ideologica, comunque possedeva, e che loro hanno perso in toto, sostituendo la lotta in fabbrica con la lotta alle emissioni. Bossi viceversa colse in diretta cosa si stava muovendo nelle fabbriche, soprattutto del Nord, al tramonto di una stagione, e non glielo perdoneranno mai.
Dev’essere per questo che i Buoni, i solidali, quelli che postavano “restiamo umani”, in questi giorni stanno facendo a gara per insozzarne il ricordo, storpiarne la memoria, negargli quell’ovvietà umana ancestrale che è l’omaggio all’avversario, e fin al nemico, scomparso. Perfino nei luoghi istituzionali della sua Lombardia, in quel Consiglio regionale dove stava accadendo il minimo dovuto: il minuto di silenzio. I consiglieri del Movimento Cinque Stelle e di Patto Civico, alcuni consiglieri del Pd e uno di Avs sono usciti in polemica dall’aula, più che altro in polemica con quella parte di Sé che gli consigliava di non valicare la soglia della decenza, evidentemente. Paolo Romano, che dovrebbe essere il rampollo sveglio e promettente della compagnia piddina, ha farfugliato che «Bossi era una persona omofoba e razzista», rendendo palese che non aveva la più pallida idea di che cosa, e di chi, parlasse.
Lo scempio era già andato in scena a Palazzo Marino, con la comparsa della cronaca che risponde al nome di Michele Albiani (sempre Pd) che aveva tuonato: «Abbiamo appena fatto un minuto di silenzio per una persona che ha sdoganato l’odio per chi non è del Nord». Anche qui, palla sesquipedale, la critica radicale bossiana al centralismo romano rappresentava e rappresenta l’unica salvezza per un Meridione che voglia uscire dalla trappola mortale dell’assistenzialismo, ma a loro non interessa il contenuto, interessa solo calpestare il cadavere. Al Municipio 3 di Milano (presidente Caterina Antola, il partito ormai lo sapete già) hanno risolto il problema alla radice: negando il minuto di silenzio, cancellando la stessa possibilità del ricordo.
Ma analoghi sfregi si sono avvistati anche nella provincia lombarda, in quei territori che per molti versi costituiscono un contrappunto schivo e laborioso alla regola italica, con cui il Senatùr aveva innestato una connessione sentimentale inedita, ed è un’altra cosa che non gli perdoneranno mai. Crema: la maggioranza di centrosinistra boccia la proposta del minuto di silenzio, avanzata dalla Lega. Qui è il centrodestra ad uscire dall’aula per protesta, lasciando i dirimpettai soli con la loro pochezza (im)politica ed esistenziale. A Pavia il minuto si è tenuto, ma previa gazzarra incontrollata del campo largo locale. Prima il capogruppo di Avs Luca Testoni ha voluto dissociarsi (dall’omaggio a un defunto?), dopodiché una pattuglia di consiglieri dell’emiciclo “progressista” ha abbandonato l’aula, rientrando per far registrare il numero legale e poi di nuovo riuscendo, in una pantomima che ha trasformato la commemorazione in una pièce di Ionesco. Non riescono proprio, a mantenere una compostezza minima, di fronte a lui. Ed è la miglior medaglia postuma.