La politica che non depone le armi di fronte alla morte di un essere umano non è più politica: è sciacallaggio. E quello cui stiamo assistendo in questi giorni, per mano della sinistra, durante le commemorazioni di Umberto Bossi è qualcosa che rasenta il vomitevole. Contestazioni durante il minuto di silenzio, delegazioni che lasciano l’aula per non rispettarlo, addirittura istituzioni che negano il momento di raccoglimento per quello che - indipendentemente da come la si pensi su di lui - è stato un protagonista assoluto della storia politica d’Italia. Il tutto nei palazzi della politica quelli che per la sinistra sono “sacri”. Ma solo quando fa comodo a loro.
L’ultimo episodio di intolleranza è avvenuto ieri mattina in quella che viene da tutti considerata la terza Camera dello Stato, il Consiglio regionale della Lombardia. Qui la Lega aveva chiesto al presidente Federico Romani di poter ricordare il loro fondatore, scomparso lo scorso 19 marzo. Una richiesta fatta non solo in funzione dell’appartenenza politica. Bossi, lombardo doc, è stato per due volte ministro alle Riforme e per questo merita, come tanti altri servitori dello Stato, un ricordo nelle sedi istituzionali. Nulla di strano. Al Pirellone non è difficile imbattersi in commemorazioni uguali a quelle di ieri mattina. A memoria ricordiamo quella di Filippo Penati, era il 2019. Lui, campione della sinistra (sfidò Formigoni nel 2010 come candidato governatore), venne commemorato e applaudito da tutti.
Idem, più di recente per alcuni consiglieri regionali del Pd scomparsi. Nessuna polemica, nessuna assenza tattica. Ieri le cose sono andate diversamente. E la cosa, a dirla tutta, ci convince poco. Sì, perché durante la commemorazione i consiglieri si sono fatti notare per l’assenza (i gruppi di Avs, Patto civico e Cinquestelle, e alcuni eletti del Pd), ma di polemiche vere e proprie se ne sono viste poco. Financo Majorino, intervenendo per criticare le parole del capogruppo della Lega, Corbetta, ha usato toni pacati. E alla fine del minuto di silenzio lo sgarbo istituzionale delle opposizioni è stato quello di non applaudire. Anche se qualcuno ci ha provato ed è stato subito stoppato dagli sguardi trucidi qualche “compagno”.
È alla fine che tutto è degenerato, quasi come se qualcuno di esterno al Pirellone avesse lanciato l’ordine di contestare quello che era appena avvenuto in Aula. E allora eccoli i pasdaran della sinistra correre ai ripari prendendo le distanze dall’accaduto. Il più greve è stato come al solito ilflotillero Paolo Romano, uno che deve aver scambiato il Pirellone per il bar dell’Arci il sabato sera e che definisce Bossi «una persona omofoba e razzista». Parole, sia detto con rispetto, che denotano una evidente ignoranza storica di Romano su quel periodo politico e su quello che ha significato per la storia del nostro Paese, soprattutto al Nord. Forse se avesse ascoltato le parole con le quali Attilio Fontana ha commemorato l’amico Umberto, avrebbe potuto capire qualcosa di più. Per tutti gli altri “ribelli” ha parlato Luca Paladini: «Sono uscito, e non sono stato il solo, per una scelta che rivendico come atto politico».
Complimentoni. Il comportamento della sinistra ha creato indignazione tra i leghisti. A partire dal vicepremier Matteo Salvini: «Odio, furore ideologico, disprezzo per l’avversario perfino quando ha perso la vita: la sinistra che non ha commemorato Bossi ha dimostrato per l’ennesima volta livore e disumanità verso chi esprime idee diverse. Per fortuna questa sinistra vergognosa è minoranza in Lombardia e nel Paese». Per Attilio Fontana: «Lasciare l’aula durante la commemorazione è segno di debolezza». Parole dure che serviranno a poco. L’ideologia di sinistra non perdona: se sei dei nostri hai diritto a tutti gli onori; se eri contro di noi devi finire nel dimenticatoio, con un solo diritto: quello all’oblio perpetuo. Il che fa vagamente vomitare.