I leader si vedono nei momenti difficili, qualsiasi marinaio galleggia quando il tempo è bello, ma il lupo di mare è quello che naviga nella tempesta. Giorgia Meloni ha dimostrato coraggio e tempismo, gli “attributi” che sono mancati ai peluche delle cancellerie europee, governanti pronti a accordi sottobanco, inconfessabili commerci con gli iraniani per far passare le loro navi nello Stretto di Hormuz (chiedere all’intrepido Emmanuel Macron, il presidente frou frou della Francia).
Meloni ha organizzato in 24 ore (giovedì) una missione nel Golfo in tre tappe (Arabia Saudita, Emirati e Qatar, che hanno subito detto sì) che è un investimento diplomatico a rapido impatto, vista la risposta immediata: unica leader europea a visitare Paesi che oggi sono sotto attacco missilistico di Teheran; tre protagonisti nei settori dell’energia e della finanza, del gas e del petrolio, architetti (con Stati Uniti e Israele) di un nuovo ordine mondiale che passa per l’estensione degli accordi di Abramo, una mappa nuova del potere, la fine della minaccia nucleare iraniana, l’apertura di fabbriche di intelligenza artificiale, avamposti in Medio Oriente della nuova “Repubblica tecnologica” americana raccontata nel libro di Alexander Karp, il fondatore di Palantir.
Il viaggio di Meloni non sarà dimenticato da chi governa a Gedda, Doha e Abu Dhabi, sono regni e dinastie dove la parola data e la solidarietà dimostrata concretamente contano, sono apprezzate e ricambiate, più dei minuetti supponenti dell’Europa smarrita, imbelle, pronta alla resa, disposta a lasciare 440 chili di uranio arricchito nelle mani degli iraniani, che non usano quel materiale radioattivo per fare radiografie.
L’Italia deve mettersi nelle condizioni di superare una potenziale crisi lunga nel settore energetico, è già partita la corsa a accumulare riserve e forniture, l’Europa rischia di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro, con gli Stati Uniti nel ruolo di produttore-esportatore che non perdonerà le furbizie dei partner della Nato, la Russia con la mano destra posata sul rubinetto del gas e la sinistra sul pulsante di lancio dei missili puntati sull’Ucraina, la Cina e l’India (oltre 2 miliardi di abitanti, immaginate la pressione demografica e sociale) a caccia di idrocarburi in tutto il pianeta, con uno sviluppo tecnologico accelerato, milioni di giovani talenti, una democrazia, una dittatura, due capitalismi competitivi, entrambi minacciosi per quel che resta dell’industria del Vecchio Continente, manifattura italiana compresa. Prima di tutto, serve l’energia, perché l’estate potrebbe costare troppo e l’inverno riservare gelide sorprese.
L’opposizione già strilla contro Meloni dal salotto della seconda casa, riaperta per il pranzo di Pasqua. “Oggi il cretino è pieno di idee”, ammoniva Flaiano, eccoli schierati, sono gli stessi che qualche decennio fa hanno fatto deragliare la politica energetica dell’Italia chiudendo il nucleare in cui eravamo numeri uno nel mondo. Il blitz di Meloni nel Golfo- dopo l’altra tappa chiave di questo risiko degli idrocarburi, in Algeria - li ha presi in contropiede: per il coraggio, la prontezza, l’agenda.
A oltre un anno dalle elezioni è un segnale di ritrovata concentrazione, mentre il campo largo litiga sul candidato a Palazzo Chigi, Meloni si smarca e lo fa su un tema che tutti comprendono: la bolletta energetica. Per il governo, gli interessi degli italiani, è una buona notizia, per la sinistra è un ritorno alla realtà.