La mitica spallata, gli ultimi sondaggi, non l’hanno vista arrivare. Due settimane dopo il trionfo del “No” al referendum sulla giustizia, con fiumi di retorica sulla Generazione Gaza e sul popolo dell’astensione che è tornato a votare con la sinistra, i numeri delle rilevazioni raccontano un’altra storia. E cioè che il campo largo è meno vicino a Palazzo Chigi di quanto credono i compagni. L’eccitazione dovuta al risultato del 22-23 marzo sta illudendo infatti il fronte composto da Pd-M5S-Avs-Iv-+Europa di aver ormai chiuso la pratica. Basta sentire il tono dei commenti di ieri in Parlamento dopo il discorso del premier. Gonfia il petto il decano dem Gianni Cuperlo: «Meloni ha scambiato il discorso dell’insediamento con quello del congedo».
E la segretaria Elly Schlein, in un crescendo rossiniano: «Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione. Non vi preoccupate, vi accontenteremo». Non è da meno Giuseppe Conte, che dopo la piroetta sulla Russia e l’incontro con l’emissario di Trump in Italia, ieri ha pronunciato con voce stentorea il seguente proclama: «Presidente Meloni, la smetta con le menzogne e con la propaganda.
Noi siamo pronti per la sfida progressista, abbiamo lavorato e la manderemo a casa. Con gli italiani». Calma. Anzi, “halma” come direbbe Max Allegri alla livornese. L’ultima Supermedia Youtrend-Agi, che calcola le variazioni riscontrate dai principali istituti di ricerca nelle ultime due settimane, vede le coalizioni praticamente appaiate. Fratelli d’Italia è sempre il primo partito, con una minima flessione dello 0,1%. Il Pd cresce dello 0,6%, raggiungendo quota 22,4%, ma allo stesso tempo il Movimento Cinquestelle di Giuseppe Conte perde mezzo punto percentuale (12,7%).
Il più classico dei travasi interni, senza un sostanzioso aumento dei voti complessivi. Anche Alleanza Verdi sinistra è in lieve calo (-0,3%), anche se resta orgogliosamente sopra il 6% (piazzandosi al 6,3%). Scende un pelo Forza Italia, forse come contraccolpo della batosta referendaria; però allo stesso tempo rimbalza verso l’alto la Lega di Matteo Salvini, che guadagna addirittura lo 0,9%: il Carroccio viene sondato al 7,2% e sembra aver assorbito il possibile colpo dell’uscita del generale Vannacci, che con la sua nuova creatura Futuro Nazionale perde un altro 0,3% fermandosi al 3,3%.
Morale della favola: se sommiamo tutti i voti dei partiti che compongono le coalizioni, i due schieramenti sono praticamente pari: in qualche sondaggio prevale il centrodestra (che sconta anche la recentissima fuoriuscita dei vannacciani) e in qualche altro prevale la sinistra (che nella Supermedia è avanti dello striminzito 0,4%). Con la legge elettorale attuale, si intravede la palude del pareggio. Ma una cosa è certa: l’onda rossa, nelle rilevazioni del consenso, non c’è.
E d’altronde anche il report post-voto dell’Istituto Cattaneo aveva messo in guardia sottolineando che i voti del No non erano sovrapponibili a quelli del campo largo. La strada per Palazzo Chigi è ancora lunga e tortuosa. Forse anche perché il campo largo- che ha iniziato a litigare su primarie e poltrone un minuto dopo la vittoria sulla separazione delle carriere- non è ancora una vera e propria alleanza.
Sulla politica estera c’è un solco profondo: non a caso ogni volta che in Parlamento si affrontano temi internazionali spuntano cinque o sei mozioni diverse. Poche idee e confuse anche in economia, tra partito della spesa pubblica senza freni (vedi alla voce Superbonus di Conte) e progetti di introduzione di nuove tasse (il Pd parla sempre di “grandi patrimoni”, frase che nasconde quasi sempre una fregatura per il ceto medio). Dice laconico Carlo Calenda: «Il campo largo non è pronto per governare». Ai leader del centrosinistra, forse, conviene stare muti e non esporsi su nulla. Perché quando toccherà mettere giù le proposte per il governo del Paese, si rischia un programma da mani nei capelli.