Tutto facilmente prevedibile. Come ci fosse una regia occulta che abbraccia certo immarcescibile deep state, la sinistra politica, i media più o meno orientati (la famosa “redazione unica” di cui ha parlato Giorgia Meloni). Più che una “gioiosa macchina da guerra” è una “triste macchina del fango” che si è messa in moto, come in altri momenti cruciali della storia recente. Una macchina azionata da un vasto fronte che mai ha riconosciuto la democratica vittoria della destra alle elezioni politiche di tre anni e mezzo fa. Tutto è iniziato con la vittoria del No al referendum, vissuto come una battaglia tutta politica ove poco o punto valore aveva il quesito posto agli elettori. Politicizzato oltre ogni misura, il referendum è diventato il mezzo per assestare un colpo alla Meloni, farle perdere quel “tocco magico” che conservava ancora.
Machiavellicamente ha così prevalso il principio che il fine giustifica ogni mezzo, compreso l’uso spregiudicato e cinico di fake news, mistificazioni storiche, post-verità di ogni tipo. Ottenuto lo scopo, colto l’avversario in un momento di debolezza, era prevedibile che lor signori ne approfittassero per cercare di sferrare il colpo finale con le solite e sperimentate tecniche dell’aggressione e dello sciacallaggio, compiuto contemporaneamente su più fronti per accerchiare il nemico e lasciarlo senza vie d’uscita. Il repertorio è quello classico, costruito ad arte e fatto di allusioni, il tutto con uso creativo e spregiudicato degli archivi documentali e fotografici. Gli ingredienti? Sempre gli stessi, quelli già usati con Berlusconi: presunti favori a più o meno presunte amanti, rapporti con mafiosi, mancati finanziamenti pubblici alle opere dei “soliti noti”, sondaggi più o meno farlocchi che attestano una perdita di popolarità del presidente del consiglio e una emorragia di voti della sua maggioranza. Il tutto centellinando le “rivelazioni”, una al giorno nella speranza di logorare il governo e fargli perdere credibilità e autorevolezza, anche all’estero in un periodo particolarmente complicato perla stessa sicurezza nazionale (a dimostrazione quasi plastica della mancanza di spirito nazionale di una sinistra che presenta ancora vistosi deficit di cultura democratica). Si costruiscono teoremi tanto incredibili da essere facilmente smontabili, coinvolgendo persone nemmeno indagate tirando fuori vecchie intercettazioni già archiviate, come è accaduto al vicepresidente della Camera Mulé.
Oppure selfie con indagati, come è capitato alla stessa Meloni, quasi come se un politico o un qualsiasi personaggio pubblico non si concedesse ogni giorno a migliaia di persone non avendo certo la possibilità di chiedere ad ognuno il certificato penale. Tutto risaputo e banale, che però non è affatto considerato da chi muove la macchina avendo il solo scopo di infangare, memore dell’aurea legge della comunicazione post-moderna: “Infangate, infangate, qualcosa resterà”. Considerato che eventuali elezioni anticipate non sarebbero nell’interesse delle forze di opposizione, ad oggi senza un leader e un programma, nonché frammentate e divise, la domanda che sorge spontanea è: “Qual è lo scopo di tutto questo fango, almeno nell’immediato?”. Per molti questo scopo forse non c’è nemmeno, rispondendo le loro azioni a un semplice riflesso di tipo pavloviano. In una parte non irrilevante dell’opposizione, forse la più avveduta politicamente, c’è forse invece il fine di far cadere la Meloni e aprire la strada ad un “governo tecnico” (difficilmente si convocherebbero elezioni anticipate in un frangente di crisi internazionale come l’attuale). Con esso il cerchio si chiuderebbe: cosa c’è di meno democratico che affidare il potere a dei non eletti, in spregio ad ogni consenso popolare liberamente espresso? Una sorta di déja vu a cui ci sarebbe bene non arrivare.